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Testo del canto 39 (XXXIX) del poema Orlando Furioso

10
Come levrier che la fugace fera
correre intorno ed aggirarsi mira,
né può con gli altri cani andare in schiera,
che ‘l cacciator lo tien, si strugge d’ira,
si tormenta, s’affligge e si dispera,
schiattisce indarno, e si dibatte e tira;
così sdegnosa infin allora stata
Marfisa era quel dì con la cognata.

11
Fin a quell’ora avean quel dì vedute
sì ricche prede in spazioso piano;
e che fosser dal patto ritenute
di non poter seguirle e porvi mano,
ramaricate s’erano e dolute,
e n’avean molto sospirato invano.
Or che i patti e le triegue vider rotte,
liete saltar ne l’africane frotte.

12
Marfisa cacciò l’asta per lo petto
al primo che scontrò, due braccia dietro:
poi trasse il brando, e in men che non l’ho detto,
spezzò quattro elmi, che sembrar di vetro.
Bradamante non fe’ minore effetto;
ma l’asta d’or tenne diverso metro:
tutti quei che toccò, per terra mise;
duo tanti fur, né però alcuno uccise.

13
Questo sì presso l’una all’altra fero,
che testimonie se ne fur tra loro;
poi si scostaro, ed a ferir si diero,
ove le trasse l’ira, il popul Moro.
Chi potrà conto aver d’ogni guerriero
ch’a terra mandi quella lancia d’oro?
o d’ogni testa che tronca o divisa
sia da la orribil spada di Marfisa?

14
Come al soffiar de’ più benigni venti,
quando Apennin scuopre l’erbose spalle,
muovonsi a par duo turbidi torrenti
che nel cader fan poi diverso calle;
svellono i sassi e gli arbori eminenti
da l’alte ripe, e portan ne la valle
le biade e i campi; e quasi a gara fanno
a chi far può nel suo camin più danno:

15
così le due magnanime guerriere,
scorrendo il campo per diversa strada,
gran strage fan ne l’africane schiere,
l’una con l’asta, e l’altra con la spada.
Tiene Agramante a pena alle bandiere
la gente sua, ch’in fuga non ne vada.
Invan domanda, invan volge la fronte;
né può saper che sia di Rodomonte.

16
A conforto di lui rotto avea il patto
(così credea) che fu solennemente,
i dei chiamando in testimonio, fatto;
poi s’era dileguato sì repente.
Né Sobrin vede ancor: Sobrin ritratto
in Arli s’era, e dettosi innocente;
perché di quel pergiuro aspra vendetta
sopra Agramante il dì medesmo aspetta.

17
Marsilio anco è fuggito ne la terra:
sì la religion gli preme il core.
Perciò male Agramante il passo serra
a quei che mena Carlo imperatore,
d’Italia, di Lamagna e d’Inghilterra,
che tutte gente son d’alto valore;
ed hanno i paladin sparsi tra loro,
come le gemme in un riccamo d’oro:

18
e presso ai paladini alcun perfetto
quanto esser possa al mondo cavalliero,
Guidon Selvaggio, l’intrepido petto,
e i duo famosi figli d’Oliviero.
Io non voglio ridir, ch’io l’ho già detto,
di quel par di donzelle ardito e fiero.
Questi uccidean di genti saracine
tanto, che non v’è numero né fine.

19
Ma differendo questa pugna alquanto,
io vo’ passar senza navilio il mare.
Non ho con quei di Francia da far tanto,
ch’io non m’abbia d’Astolfo a ricordare.
La grazia che gli diè l’apostol santo
io v’ho già detto, e detto aver mi pare,
che ‘l re Branzardo e il re de l’Algazera
per girli incontra armasse ogni sua schiera.

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