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LA SCELTA di Luigi Pirandello | Testo

– Prenda Orlando, signorino! – mi consigliava il venditore. – Il più forte campione di Francia: glielo do per dieci lire e cinquanta…
Subito Pinzone, messo in guardia dalla mamma, gli saltava addosso, esplodeva:
– Bum! Dieci lire e cinquanta? Ma se non vale tre bajocchi… Figlio mio, guarda: ha gli occhi storti! E poi, sì! Campione di Francia… era un pazzo furioso…
– Prenda allora Rinaldo da Montalbano… – Peggio… Ladro! – esclamava Pinzone.
E Astolfo era millantatore, e Gano traditore… breve, su ogni marionetta che quegli mi presentava Pinzone trovava da ridir qualcosa, finché il venditore seccato non gli gridava:
– Ma insomma, signor mio! è certo che ci vuole il tristo e il buono, il paladino fedele e Gano il traditore, se no la rappresentazione non si può fare…
Son passati tant’anni; Pinzone è morto. Io non ho ancora, per dir vero, alcun pelo bianco, che mi dia cagione d’affliggermi di quel che prima così ardentemente desideravo: un pajo di baffi e una bella barba; ma confesso che da un po’ di tempo a questa parte guardo con più pungente invidia un quadretto, nel quale sono effigiato coi calzoncini di velluto a mezza gamba e una fida marionetta in mano, – tanto carino, lasciatemelo dire! E incolpo Pinzone di questo sentimento d’invidia che provo innanzi al mio ritratto da fanciullo.
Perché dovete sapere ch’io vado ancora alla fiera. Non è più quella dei giocattoli (quantunque pur ve ne siano parecchi, né manchino le marionette): è una fiera molto più grande; e ci vado per scegliervi gli eroi e le eroine de’ miei romanzi e delle mie novelle. Ora l’invidia mia segue da questo: che mentre io, fanciullo, finivo a un certo punto col non prestar più ascolto alle taglienti osservazioni del grigio mio ajo e col cedere tutto infiammato alle lusinghe del venditore della baracca dei burattini; oggi sento che Pinzone, non solo vive ancora dentro di me, ma su me esercita un potere veramente tirannico, e mi guasta e mi spenge ogni gioja. Né, per quanto faccia, posso più levarmelo dattorno.
«Vedi, figlio mio», mi va ripetendo egli continuamente all’orecchio, «vedi che malinconia di fiera? Né credere a coloro che te la dipingono tutta d’oro: d’oro il cielo, d’oro gli alberi, d’oro il mare… Oro falso, figlio mio! Cartapesta indorata! E vedi che razza di eroi t’offre oggi la vita? Trionfano solo i ladri, gl’ipocriti, i birbaccioni! Scegli un eroe onesto? Sceglierai per necessità un impotente, un vinto, un meschino; e la tua rappresentazione sarà fastidiosa e affliggente. Praticando con te a tua insaputa, mi son venuto man mano istruendo un po’. Or io ti domando: Credi tu che per i posteri possa valer la scusa che l’arte tua ha rispecchiato la vita del tuo tempo? Siamo giusti: che valore avrebbe innanzi alla nostra estimativa estetica questa medesima scusa se, a mo’ di esempio, ce la presentasse tutto gonfio e borioso uno scrittor del Seicento? Noi gli risponderemmo: “Tanto peggio per te, caro mio!”.
«In certi momenti, o figliuolo, la vita si fa così perfida, che gli scrittori non possono farci nulla; e quanto più son fedeli nel ritrarla, tanto più l’opera loro è condannata a perire. Che virtù di resistenza vuoi che abbiano contro il tempo le creature dell’arte nate dai pensieri nostri dissociati, dalle azioni nostre impulsive e quasi senza legge, dai sentimenti nostri disgregati e nella discordia dei più opposti consigli; questi miseri, inani, affliggenti fantocci che può offrirti soltanto la fiera odierna?»
Queste e altre cose sconsolantissime mi va ripetendo di continuo Pinzone. Io mi guardo intorno, e non so rispondergli nulla. Ah, chi saprebbe, chi saprebbe crearmi, per tappargli la bocca, un eroe, non qual’è, ma quale dovrebbe essere?

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