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LA MOSCA di Luigi Pirandello | Testo

Dalla finestra ferrata, presso la mangiatoja, entrava il sole a percuotergli la faccia che non pareva piú umana: il naso, nel gonfiore, sparito; le labbra, nere e orribilmente tumefatte. E il rantolo usciva da quelle labbra, esasperato, come un ringhio. Tra i capelli ricci da moro una festuca di paglia splendeva nel sole.
I tre si fermarono un tratto a guardarlo, sgomenti, e come trattenuti dall’orrore di quella vista. La mula scalpitò, sbruffando, su l’acciottolato della stalla. Allora Saro Tortorici s’accostò al moribondo e lo chiamò amorosamente:
– Giurlà, Giurlà, c’è il dottore.
Neli andò a legar la mula alla mangiatoja, presso alla quale, sul muro, era come l’ombra di un’altra bestia, l’orma dell’asino che abitava in quella stalla e vi s’era stampato a forza di stropicciarsi.
Giurlannu Zarú, a un nuovo richiamo, smise di rantolare; Si provò ad aprir gli occhi insanguati, anneriti, pieni di paura; aprì la bocca orrenda e gemette, come arso dentro:
– Muojo!
– No, no, – s’affrettò a dirgli Saro, angosciato. – C’è qua il medico. L’abbiamo condotto noi; lo vedi?
– Portatemi al paese! – pregò il Zarù, e con affanno, senza potere accostar le labbra: – Oh mamma mia!
– Sì, ecco, c’è qua la mula! – rispose subito Saro.
– Ma anche in braccio, Giurlà, ti ci porto io! – disse Neli, accorrendo e chinandosi su lui. – Non t’avvilire!
Giurlannu Zarú si voltò alla voce di Neli, lo guatò con quegli occhi insanguati come se in prima non lo riconoscesse, poi mosse un braccio e lo prese per la cintola.
– Tu, bello? Tu?
– Io, sì, coraggio! Piangi? Non piangere, Giurlà, non piangere. È nulla!
E gli posò una mano sul petto che sussultava dai singhiozzi che non potevano rompergli dalla gola. Soffocato, a un certo punto il Zarú scosse il capo rabbiosamente, poi alzò una mano, prese Neli per la nuca e l’attiro a sé:
– Insieme, noi, dovevamo sposare…
– E insieme sposeremo, non dubitare! – disse Neli, levandogli la mano che gli s’era avvinghiata alla nuca.
Intanto il medico osservava il moribondo. Era chiaro: un caso di carbonchio.
– Dite un po’, non ricordate di qualche insetto che v’abbia pinzato?
– No, – fece col capo il Zarú.
– Insetto? – domandò Saro.
Il medico spiegò, come poteva a quei due ignoranti, il male. Qualche bestia doveva esser morta in quei dintorni, di carbonchio. Su la carogna, buttata in fondo a qualche burrone, chi sa quanti insetti s’erano posati; qualcuno poi, volando, aveva potuto inoculare il male al Zarú, in quella stalla.
Mentre il medico parlava così, il Zarù aveva voltato la faccia verso il muro
Nessuno lo sapeva, e la morte intanto era lì, ancora; così piccola, che si sarebbe appena potuta scorgere, se qualcuno ci avesse fatto caso.

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