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CANDELORA di Luigi Pirandello | Testo

In questa ora meridiana, qua nel giardino della villetta, sotto questo sole nero d’agosto che si frastaglia tutto d’ombre violente, è spaventosa. Ritornata questa mattina dai bagni di mare, scabra e arrostita dal sole e dalla salsedine, ha negli occhi chiari bruciati, nel mento un po’ rientrato, nei capelli gialli irruviditi, un’aria di capra addormentata nella voluttà. Con quelle robuste braccia nude spellate e quelle ànche poderose par che debba stracciare a ogni mossa la fragile vesticciuola aderente, di velo azzurro, che le stride su le carni arse.
Ah, com’è ridicola quella veste!
Candelora ha nuotato nuda per mattinate intere, nuda su la spiaggia deserta s’è cosparse e maculate di rena infocata le sode carni al sole, sentendo alle piante dei piedi il fremito fresco delle spume marine. Come può piú nasconderle ora la nudità prorompente quella vesticciuola celeste? Messa per decenza, in realtà la fa apparire assai piú indecente che se fosse nuda.
Nella rabbia, ella nota l’ammirazione negli occhi di lui, e istintivamente ha un sorriso di compiacimento, che subito però la esaspera. Diventa ghigno, quel sorriso; un ghigno che a un tratto si rompe in singhiozzi.
E Candelora scappa via verso la villetta.
Nane Papa, quasi senza volerlo, arriccia il volto in una smorfia monellesca, seguendola con gli occhi; poi si guarda il braccio ferito, che al sole gli brucia forte; poi, chi sa perché, si sente pungere anche lui gli occhi dal pianto.
È atroce, veramente, in mezzo a un afoso meriggio di agosto. avvertire così, in una pausa, la vita che pesa, carica di vergogna e di schifo, e sentire pietà, mentre si suda, del peso sull’anima di quella vergogna e di quello schifo.
Nella tetraggine di tutto quel sole torrido, sul giardino frastagliato d’ombre, ha il senso, ora, Nane Papa (un senso che l’opprime, lo urta e quasi lo sgomentai, della presenza di tante cose immobili e come attonitamente sospese davanti a lui: gli alberi, quegli alti fusti d’acacia, la vasca con quel giro di roccia artificiale e con quello specchio verde d’acqua stagnata, i sedili.
Che aspettano?
Egli può muoversi; se ne può anche andare. Ma che stranezza! Si sente come guardato da tutte quelle cose immobili, attorno; e non solo guardato, ma anche come legato dal fascino ostile, quasi ironico, che spira dalla loro attonita immobilità e che gli fa apparire inutile, stupido, anche buffo il suo potersene andare.
Rappresenta la ricchezza del barone Chico quel giardino. Egli, Nane Papa, vi sta da circa sei mesi; e solo questa mattina ha provato il bisogno irresistibile di porre sotto gli occhi a sé stesso e a Candelora ritornata dal mare, la sua vergogna e quella di lei, in tutta la sua nudità; ma ridendo, perché Candelora pretendeva d’uscire da questa vergogna, ora che – a suo dire – potevano.
Già! Perché si vendono bene, ora, i quadri di Nane Papa, e il valore della sua arte nuova, personalissima, s’è imposto, non già perché sia realmente compreso. ma perché l’imbecillità dei ricchi visitatori delle esposizioni d’arte è stata costretta dalla critica a fermarsi davanti alle sue tele.
La critica? Via, una parola, la critica! Una parola che non vive, se non nei calzoni d’un critico. E il critico a cui Candelora un giorno, per disperata, volle andare a gridare in faccia se era giusto che un artista come Nane Papa morisse di fame, quel critico (il piú ascoltato di tutti) ha voluto sì con un magistrale articolo richiamare l’attenzione degli imbecilli sull’arte nuova e personalissima di Nane Papa, ma ha voluto anche che questo riconoscimento dell’artista fosse, non diciamo pagato, ma graziosamente compensato con la piú viva gratitudine di Candelora. E Candelora, subito, non solo a quel critico, ma a tutti gli ammiratori piú fanatici dell’arte nuova del marito, inebriata della vittoria che forse le pareva dovesse costarle chi sa quanto, subito s’è dimostrata gratissima; gratissima a tutti, a quel barone Chico in ispecie che – ecco è arrivato finanche ad alloggiarli nella sua villetta, per avere l’onore di dar ricetto a un portento dell’arte, a un figlio della gloria… E che trattamenti! che regali! che feste!
Se non le è costato nulla far così, niente di male, povera Candelora!
Le ha fatto paura la povertà, ecco. Dice di no, lei dice che le faceva rabbia, non paura; perché quella povertà non era lo stento, non era l’avvilimento, era l’ingiustizia, dato il merito di lui. Quest’ingiustizia ha voluto vendicare. E come? Eccolo, come: la villetta, l’automobile, il canotto, ori, gemme, gite, abiti, feste… E ha provato un gran dispetto per lui rimasto tal quale, né triste né lieto, sciamannato come prima, senz’altra gioja fuori di quella de’ suoi colori, senz’altra voglia che di scavare, dl scavare nella sua arte per il bisogno sempre insoddisfatto di andare in fondo ad essa, quanto piú in fondo fosse possibile, tanto da non veder piú nulla della buffa fantasmagoria della vita che gli s’agita attorno.

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