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COLLOQUII COI PERSONAGGI II di Luigi Pirandello | Testo

E lui, poverino, mogio mogio, s’allontanò esclamando e guardandosi al solito le unghie: «Càttari, che femmina, càttari che femmina!». Eh sì, troppo veramente mi doleva d’essere donna allora e di non poter seguire i miei fratelli! Io la cucii quasi al bujo, in un sottoscala, la bandiera tricolore con cui il mio più piccolo fratello insieme con gli altri congiurati, il 4 aprile 1860, uscì armato incontro al presidio borbonico nella stess’ora che a Palermo un altro dei miei fratelli doveva irrompere dal convento della Gancia; e qua da noi, in provincia, di tanti che avevano giurato di scendere in piazza armati si trovarono in cinque soltanto contro duemila borbonici! Tu puoi intenderla ora la nostra ansia mortale, in quel giorno per questi due fratelli, uno qua, l’altro là… Sì, è per il figlio ora la tua ansia; ma c’era anche la mamma con noi allora, e l’ansia era anche per noi. Quando, dopo lo scampo miracoloso dei miei fratelli, i gendarmi ritornarono a perquisire la casa, mia madre ci dispose, noi figliuole, ciascuna presso un balcone e ci ordinò: «Se vi mettono le mani addosso, buttatevi giù». Fiera donna di stampo antico, mia madre! Per mesi e mesi, figurati, per tutto il tempo che durò la prigionia dei garibaldini dopo Aspromonte non volle che si desse alcuna notizia della famiglia a quello più piccolo dei miei fratelli che si trovava, ufficiale dei bersaglieri, nell’esercito, solo per la supposizione che fosse stato anche lui tra i fucilatori di Garibaldi e contro all’altro fratello ch’ebbe la ventura di raccogliere in quell’infausta giornata lo stivale forato e insanguinato del Generale. Che giornata, quella! eppure la vita vostra, di voi miei figliuoli, dipende forse da essa! quando quei mio fratello ritornò dalla prigionia nella caserma di San Benigno a Genova, tutto il popolo qua lo condusse quasi in trionfo alla madre e a noi che lo aspettavamo festanti; e fu allora ch’io conobbi per la prima volta vostro padre, reduce anche lui d’Aspromonte, garibaldino anche lui del Sessanta, carabiniere genovese. Avevo già ventisette anni e non volevo più sposare; mi toccò sposare perché lui lo volle, lui che poteva imporsi al mio cuore con la bella persona e più, in quei fervidi anni, con l’animo che voi figliuoli gli conoscete, per cui ancora, vecchio, esulta e si commuove come un bambino per ogni atto che accresca onore alla patria. Con quest’animo e col mio, la vita che vi abbiamo data, figliuoli miei, nei tempi inerti e sordi che sono seguiti, non poteva esser lieta; lo so! E la so, ora, la tua pena, figlio, che forse è la stessa che a me, donna, mi bruciò tanto nell’anima: di non poter fare e di veder fare agli altri quello che avremmo voluto far noi e che per noi sarebbe stato niente, mentre ci par tanto e tanto ci fa soffrire, che lo facciano gli altri… Ma ecco, per questo appunto io sono venuta, figlio mio, per dirti questo, che tu l’hai voluta questa guerra, contro tanti che non la volevano e lo sapevi che se poco ti sarebbe costato sacrificare in essa la tua vita, tanto, troppo invece ti sarebbe costato il solo rischio di quella del tuo figliuolo. E l’hai voluta. Tu paghi, dunque, di sofferenze più che se fossi andato… Ti basti. E Dio risparmi il tuo figliuolo! Avrei voluto, pur soffrendo, durare ancora fino alla vittoria. Ma pazienza! Non ho rinunziato a un dolore; avrò perduto una gioja, poiché la vittoria è certa. Mi basta che per me rimanga a vederla tuo padre. Voi, del resto, tu che mi sei stato sempre lontano, così da lontano, pensatemi ancora viva! Non sono io forse viva sempre per te?
– Oh, Mamma, sì! – io le dico. – Viva, viva, sì… ma non è questo! Io potrei ancora, se per pietà mi fosse stato nascosto, potrei ancora ignorare il fatto della tua morte, e immaginarti, come t’immagino, viva ancora laggiù, seduta su codesto seggiolone nel tuo solito cantuccio, piccola, coi nipotini attorno, o intenta ancora a qualche cura familiare. Potrei seguitare a immaginarti così, con una realtà di vita che non potrebbe esser maggiore: quella stessa realtà di vita che per tanti anni, così da lontano, t’ho data sapendoti realmente seduta là in quel tuo cantuccio. Ma io piango per altro, Mamma! Io piango perché tu, Mamma, tu non puoi più dare a me una realtà! È caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto. Quando tu stavi seduta laggiù in quel tuo cantuccio, io dicevo: «Se Ella da lontano mi pensa, io sono vivo per lei». E questo mi sosteneva, mi confortava.

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