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COLLOQUII COI PERSONAGGI II di Luigi Pirandello | Testo

– È la mia!… Fu pur triste, dapprima… La tirannide… I Borboni… A tredici anni, con mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle, una anche più piccola di me ed anche due fratellini più piccoli, noi otto e pur cosi soli, per mare, in una grossa barca da pesca, una tartana, verso l’ignoto. Malta… Mio padre, compromesso nelle congiure e per le sue poesie politiche escluso dall’amnistia borbonica dopo la rivoluzione del 1848, era là, in esilio. E forse allora io non potevo intenderlo, non l’intendevo tutto il dolore di mio padre. L’esilio – far piangere così una mamma, e lo sgomento, e togliere a tanti bambini la casa, i giuochi, l’agiatezza – voleva dir questo; ma anche quel viaggio per mare voleva dire, con quella gran vela bianca della tartana che sbatteva allegra nel vento, alta alta nel cielo, come a segnar con la punta le stelle, e nient’altro che mare intorno, così turchino che quasi pareva nero; e lo sgomento ancora, a guardarlo; ma anche quell’infantile orgoglio della sventura che fa dire a un bimbo vestito di nero: «Io sono a lutto, sai?» come se fosse un privilegio sopra gli altri bimbi non vestiti di nero; e anche l’ansia di tante cose nuove da vedere, che ci aspettavamo di vedere con certi occhi fissi fissi che per ora non vedono nulla, fuorché la mamma là che piange tra i due figli maggiori che sanno e capiscono, loro sì… e allora noi piccoli, le cose da vedere di là, nell’ignoto, pensiamo che forse non saranno belle. Ma l’isola di Gozzo, prima… poi Malta… belle! con quel golfo grande grande, d’un azzurro aspro, luccicante d’aguzzi tremolii, e quel paesello bianco di Bùrmula, piccolo in una di quelle azzurre insenature… Belle da vedere le cose, se non ci fosse qua la mamma che seguita a piangere… E poi presto dovemmo capire anche noi piccoli, non più piccoli presto. Venivano i grandi, nella nostra casa, a trovare mio padre; e tutti erano tristi e cupi, come sordi; e pareva che ciascuno parlasse per sé a quello che vedeva: la patria lontana, ove il dispotismo restaurato rifaceva strazio di tutto; e ogni loro parola pareva scavasse nel silenzio una fossa. Loro erano qua, ora, impotenti. Nulla da farci! E chi appena poteva, per non struggersi lì in quella rabbiosa disperazione, partiva per il Piemonte, per l’Inghilterra… Ci lasciavano. Con sette figli e la moglie, mio padre che altro poteva, se non dire addio a tutti quelli che se n’andavano, addio anche alla vita che se n’andava? La rabbia e il peso di quell’impotenza, l’avvilimento di vivere dell’elemosina d’un fratello che era stato costretto a cantare nella Cattedrale con gli altri del Capitolo il Te Deum per Ferdinando lo stesso giorno della partenza di lui per l’esilio; un cordoglio senza fine, la sfiducia che non avrebbe veduto il giorno della vendetta e della liberazione, ce lo consunsero a poco a poco, a quarantasei anni. Ci chiamò tutti attorno al letto il giorno della morte e si fece promettere e giurare dai figli che non avrebbero avuto un pensiero che non fosse per la patria e che senza requie avrebbero speso la vita per la liberazione di essa. Ritornò la vedova, ritornammo noi sette orfani in patria, mendichi alla porta di quello zio che finora ci aveva mantenuti nell’esilio: veramente santo, veramente santo, perché il bene che ci fece e continuò a farci, senza mai un lamento, era a costo per lui di paure da vincere ogni giorno, d’offese da sopportare fingendo di non notarle, offese alle sue abitudini, alle sue opinioni, ai suoi sentimenti, e anche a costo di certe piccole grettezze da superare, che ce lo rendevano tanto più caro, quanto più vedevamo ch’egli cercava di sottrarvisi con comici sotterfugi, con ingenue arti che ci facevano sorridere pietosamente. Tante volte tu sentisti dire da me: «Lo zio canonico!». Ma che puoi sapere di quella sua casa antica, com’era, che sapore di vita vi alitava, com’era lui, piccolo (grande di busto) piccolo di gambe, così piccolo piccolo che in piedi era più corto che seduto, ma bello di volto, e poi con un certo suo curioso intercalare: «Càttari! Càttari! avrei potuto giurare, effettivamente…» mentre si guardava le unghie, con gli occhi bassi. E la paura che aveva dei tuoni! e certe prepotenti curiosità proibite che lo traevano a leggere di nascosto nella Battaglia di Benevento la storia dei papi e di tratto in tratto lo sentivamo gridare, mentre richiudeva di furia il libro e vi dava un pugno sopra: «Ma questo è un pazzo!» e poco dopo tornava a leggervi daccapo. Povero zio! Fummo pure ingrati qualche volta… quella volta per esempio, che la sbirraglia borbonica venne a fare una perquisizione anche nella casa di lui, per i miei fratelli ch’erano già cresciuti e congiuravano, e io giovanetta, nel vederlo troppo impaurito e troppo ossequioso tremare innanzi a quei musi, gli gridai: «Ma non abbia paura lei! Costoro lo sanno bene che lei andò a cantare ile Deum alla Cattedrale quando un fratello fu mandato in esilio!».

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