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LUMIE DI SICILIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

— Oh, guardate, zia Marta, — riprese.
Sciolse la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versò quei freschi frutti fragranti sulla tavola.
— E se mi mettessi a tirare tutte queste lumìe, — soggiunse, — sulla testa di quei galantuomini là?
— Per carità, — gemette la vecchina tra le lagrime, facendogli un nuovo cenno supplichevole di tacere.
— No, niente, — riprese Micuccio, ridendo acre e rimettendosi in tasca il sacchetto vuoto. — Le avevo portate a lei; ma ora le lascio a voi sola, zia Marta.
Ne prese una e la accostò al naso di zia Marta.
— Sentite, zia Marta, sentite l’odore del nostro paese… E dire che ci ho anche pagato il dazio… Basta. A voi sola, badate bene… A lei dite così: « Buona fortuna! » a nome mio.
Riprese la valigetta e andò via. Ma per la scala, un senso d’angoscioso smarrimento lo vinse: solo, abbandonato, di notte, in una grande città sconosciuta, lontano dal suo paese; deluso, avvilito, scornato. Giunse al portone, vide che pioveva a dirotto. Non ebbe il coraggio d’avventurarsi per quelle vie ignote, sotto quella pioggia Rientrò pian piano, rifece una branca di scala, poi sedette sul primo scalino e appoggiando i gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani, si mise a piangere silenziosamente.
Sul finir della cena, Sina Marnis fece un’altra comparsa nella cameretta. Vi trovò la mamma che piangeva anche lei, sola, mentre di là quei signori schiamazzavano e ridevano.
— È andato via? — domandò, sorpresa.
Zia Marta accennò di sì col capo, senza guardarla. Sina fissò gli occhi nel vuoto, assorta, poi sospirò:
— Poverino…
Ma subito dopo le venne di sorridere.
— Guarda, — le disse la madre, senza frenar più le lagrime col tovagliolo. — Ti aveva portato le lumìe…
— Oh, belle! — esclamò Sina, con un balzo. Strinse un braccio alla vita e ne prese con l’altra mano quanto più poteva portarne.
— No, di là no! — protestò vivamente la madre. Ma Sina scrollò le spalle e corse in sala gridando:
— Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!— Teresina sta qui?
Il cameriere, ancora in maniche di camicia, ma già impiccato in un altissimo solino, squadrò da capo a piedi il giovanotto che gli stava davanti sul pianerottolo della scala: campagnolo all’aspetto, col bavero del pastrano ruvido rialzato fin su gli orecchi e le mani paonazze, gronchie dal freddo, che reggevano un sacchetto sudicio di qua, una vecchia valigetta di là, a contrappeso.
— Teresina? E chi è? — domandò a sua volta, inarcando le folte ciglia giunte, che parevano due baffi rasi dal labbro e appiccicati lì per non perderli.
Il giovanotto scosse prima la testa per far saltare dalla punta del naso una gocciolina di freddo, poi rispose:
— Teresina, la cantante.
— Ah, — esclamò il cameriere, con un sorriso d’ironico stupore: — Si chiama così, senz’altro, Teresina? E voi chi siete?
— C’è o non c’è? — domandò il giovanotto, corrugando le ciglia e sorsando col naso. — Ditele che c’è Micuccio e lasciatemi entrare.
— Ma non c’è nessuno a quest’ora, — rispose il cameriere, col sorriso rassegato su le labbra. — La signora Sina Marnis è ancora a teatro e…
— Anche zia Marta? — lo interruppe Micuccio.
— Ah, lei è il nipote?
E il cameriere si fece subito cerimonioso.
— Favorisca allora, favorisca. Non c’è nessuno. Anche lei a teatro, la Zia. Prima del tocco non ritorneranno. È la serata d’onore di sua… come sarebbe di lei, la signora? cugina, allora?
Micuccio restò un istante impacciato.
— Non sono… no, non sono cugino, veramente. Sono… sono Micuccio Bonavino; lei lo sa. Vengo apposta dal paese.
A questa risposta il cameriere stimò innanzi tutto conveniente ritirare il lei e riprendere il voi; introdusse Micuccio in una camerette al buio presso la cucina, dove qualcuno ronfava strepitosamente, e gli disse:
— Sedete qua. Adesso porto un lume.
Micuccio guardò prima dalla parte donde veniva quel ronfo, ma non poté discernere nulla; guardò poi in cucina, dove il cuoco, assistito da un guattero, apparecchiava da cena. L’odor misto delle vivande in preparazione lo vinse: n’ebbe quasi un’ebbrietà vertiginosa: era poco men che digiuno dalla mattina; veniva dalla provincia di Messina; una notte e un giorno intero in ferrovia.
Il cameriere recò il lume, e quello che ronfava nella stanza, dietro una cortina sospesa a una funicella da una parete al l’altra, borbottò tra il sonno:
— Chi è?
— Ehi, Dorina, su! — chiamò il cameriere. — Vedi che c’è qui il signor Bonvicino.
— Bonavino, — corresse Micuccio, che stava a soffiarsi su le dita.
— Bonavino, Bonavino, conoscente della signora. Tu dormi della grossa: suonano alla porta e non senti. Io ho da apparecchiare, non posso far tutto io, capisci?, badare al cuoco che non sa, alla gente che viene.
Un ampio sonoro sbadiglio, protratto nello stiramento delle membra e terminato in un nitrito per un brividore improvviso, accolse la protesta del cameriere, il quale s’allontanò esclamando:
— E va bene!
Micuccio sorrise, e lo seguì con gli occhi, attraverso un’altra stanza in penombra, fino alla vasta sala in fondo, illuminata, dove sorgeva splendida la mensa, e restò meravigliato a contemplare, finché di nuovo il ronfo non lo fece voltare a guardar la cortina.
Il cameriere, col tovagliolo sotto il braccio, passava e ripassava, borbottando or contro Dorina che seguitava a dormire, or contro il cuoco che doveva esser nuovo, chiamato per l’avvenimento di quella sera, e lo infastidiva chiedendo di continuo spiegazioni. Micuccio, per non infastidirlo anche lui, stimò prudente ricacciarsi dentro tutte le domande che gli veniva di rivolgergli. Avrebbe poi dovuto dirgli o fargli intendere ch’era il fidanzato di Teresina, e non voleva, pur non sapendone il perché lui stesso; se non forse per questo che quel cameriere allora avrebbe dovuto trattar lui, Micuccio, da padrone, ed egli, vedendolo così disinvolto ed elegante, quantunque ancor senza marsina, non riusciva a vincere l’impaccio che già ne provava solo a pensarci. A un certo punto però, vedendolo ripassare, non seppe tenersi dal domandargli:
— Scusi… questa casa di chi è?
— Nostra, finché ci siamo, — gli rispose in fretta il cameriere.
E Micuccio rimase a tentennare il capo.

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