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LUMIE DI SICILIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Come! Micuccio… tu qui?
— Lia Marta… — esclamò Micuccio, quasi impaurito, restando a contemplarla.
— Come mai! — seguitò la vecchietta, sconvolta. — Senza avvertire? Che è stato? Quando sei arrivato? Giusto questa sera… Oh Dio, Dio…
— Son venuto per… — balbettò Micuccio, non sapendo più che dire.
— Aspetta! — lo interruppe zia Marta. — Come si fa? come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina, la sua serata… Aspetta, aspetta un po’ qua…
— Se voi, — si provò a dir Micuccio, a cui l’angoscia stringeva la gola, — se voi credete che me ne debba andare…
— No, aspetta un po’, ti dico, — s’affrettò a rispondergli la buona vecchietta tutta imbarazzata.
— Io però, — riprese Micuccio, — non saprei dove andare in questo paese… a questa ora…
Zia Marta lo lasciò, facendogli con una mano inguantata segno d’attendere, ed entrò nella sala, nella quale poco dopo a Micuccio parve si aprisse una voragine: vi s’era fatto d’improvviso silenzio. Poi Udì, chiare, distinte, queste parole di Teresina:
— Un momento, signori.
E di nuovo la vista gli s’annebbiò, nell’attesa ch’ella comparisse. Ma Teresina non comparve, e la conversazione fu ripresa nella sala. Tornò invece, dopo pochi minuti che a lui parvero eterni, zia Marta senza cappello, senza mantiglia, senza guanti, meno imbarazzata.
— Aspettiamo un po’ qua, sei contento? — gli disse. — io starò con te… Adesso si fa cena… Noi ce ne staremo qua. Dorina ci apparecchierà questo tavolino, e ceneremo insieme, qua; ci ricorderemo de’ bei tempi, eh?… Non mi par vero di trovarmi con te, figlietto mio, qua; qua, appartati… Lì, capirai, tanti signori… Lei, poverina, non può farne a meno… La carriera, m’intendi? Eh, come si fa! Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Ma io… io, come sopra mare sempre… Non mi par vero che me ne possa star qua con te, stasera.
E la buona vecchietta, che aveva parlato parlato, istintivamente, per non dar tempo a Micuccio di pensare, alla fine sorrise e si stropicciò le mani, guardandolo, intenerita.
Dorina venne ad apparecchiare la tavola, in fretta, perché già di là, in sala, il pranzo era cominciato.
— Verrà? — domandò cupo, Micuccio, con voce angosciata. — Dico, per vederla almeno.
— Certo che verrà, — gli rispose subito la vecchietta, sforzandosi di vincere l’impaccio. — Appena avrà un momentino di largo: già me l’ha detto.
Si guardarono tutt’e due e si sorrisero, come se finalmente si riconoscessero. Attraverso l’impaccio e la commozione le loro anime avevano trovato la via per salutarsi con quel sorriso. « Voi siete zia Marta » – dicevano gli occhi di Micuccio. – « E tu, Micuccio, il mio caro e buon figliuolo, sempre lo stesso, poverino! » – dicevano quelli di zia Marta. Ma subito la buona vecchietta abbassò i suoi, perché Micuccio non vi leggesse altro. Si stropicciò di nuovo le mani e disse:
— Mangiamo, eh?
— Ho una fame, io! — esclamò, tutto lieto e raffidato, Micuccio.
— La croce, prima: qua posso farmela, davanti a te, — aggiunse la vecchietta con aria birichina, strizzando un occhio, e si segnò.
Il cameriere venne a offrir loro il primo servito. Micuccio stette bene attento a osservare come faceva zia Marta a trarre dal piatto la porzione. Ma quando venne la sua volta, nel levar le mani, pensò che le aveva sporche dal lungo viaggio, arrossì, si confuse, alzò gli occhi a sogguardare il cameriere, il quale, compitissimo ora, gli fece un lieve inchino col capo e un sorriso, come per invitarlo a servirsi. Fortunatamente zia Marta venne a trarlo d’impaccio.
— Qua qua, Micuccio, ti servo io.
Se la sarebbe baciata dalla gratitudine! Avuta la porzione, appena il cameriere si fu allontanato, si segnò anche lui in fretta.
— Bravo figliuolo! — gli disse zia Marta.
Ed egli si sentì beato, a posto, e si mise a mangiare come non aveva mangiato mai in vita sua, senza più pensare alle sue mani, né al cameriere.
Tuttavia, ogni qual volta questi, entrando o uscendo dalla sala, schiudeva la bussola a vetri e veniva di là come un’ondata di parole confuse o qualche scoppio di riso, egli si voltava turbato e poi guardava gli occhi dolenti e affettuosi della vecchina, quasi per leggervi una spiegazione. Ma vi leggeva invece la preghiera di non chieder nulla per il momento, di rimettere a più tardi le spiegazioni. E tutt’e due di nuovo si sorridevano e si rimettevano a mangiare e a parlare del paese lontano, d’amici e conoscenti, di cui zia Marta gli domandava notizie senza fine.
— Non bevi?
Micuccio stese la mano per prendere la bottiglia; ma, in quella, la bussola della sala si riaprì: un fruscio di seta, tre passi frettolosi, uno sbarbaglio, quasi la camerette si fosse d’un tratto violentemente illuminata, per accecarlo.
— Teresina…
E la voce gli morì sulle labbra, dallo stupore. Ah, che regina!
Col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, egli restò a contemplarla, istupidito. Come mai ella… così? Nudo il seno, nude le spalle, le braccia nude… tutta fulgente di gemme e di stoffe… Non la vedeva, non la vedeva più come una persona viva e vera davanti a sé. Che gli diceva? Non la voce, né gli occhi, né il riso: nulla, nulla più riconosceva di lei, in quell’apparizione di sogno.

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