Riassunto capitolo 32 del romanzo I Promessi Sposi

Tra carestia, guerra e peste, la spesa pubblica divenne insostenibile. Venne chiesto l’intervento del governatore Spinola, ma costui, impegnato nella guerra di successione al ducato di Mantova e del Monferrato (che dopo tante morti si risolverà con il riconoscimento del successore legittimo, Carlo Gonzaga), in tutta risposta trasferì la propria autorità al cancelliere Ferrer, lavandosene quindi di fatto le mani. Contemporaneamente venne chiesto al cardinale Federigo Borromeo di portare in processione lungo le vie della città la salma di San Carlo. Il religioso rispose con un rifiuto sostenendo che il radunarsi di tante persone avrebbe favorito il contagio, esistessero realmente o meno gli untori. L’esistenza di tali individui divenne invece sempre più una certezza per il resto del popolo, spinto dal desiderio inconscio di sfogare la propria ira su qualcosa di materiale. Si parlò di veleni e malefici, e coloro che erano sospettati di essere untori venivano aggrediti rabbiosamente ed a volte linciati. Anche il popolo iniziò a chiedere a gran voce che la processione si facesse ed il cardinale infine acconsentì. Il tribunale della sanità ordinò alcune precauzioni, ma già il giorno seguente alla festa religiosa, che si tenne l’11 di Giugno, il numero di morti crebbe in modo repentino. Si disse che lungo le strade erano state sparse dagli untori delle polveri velenose, la processione aveva quindi favorito il contagio.
Nel Lazzaretto si arrivò ad avere fino a sedicimila ospiti, la mortalità giornaliera superò quota tremila e la popolazione milanese si ridusse di due terzi. Il numero di cadaveri continuò ad aumentare e non si riuscì più a stare dietro alle sepolture. La fossa vicino al Lazzaretto era inoltre ormai colma di morti. Ancora una volta venne chiesto l’aiuto dei frati cappuccini e nel giro di quattro giorni, con la realizzazione di altre tre fosse comuni, il problema venne risolto. Grazie alla carità di alcuni privati le spese pubbliche più urgenti poterono essere sostenute; la carenze di organico vennero invece colmate da ecclesiastici. Non mancò comunque anche chi approfittò della situazione per trarne vantaggio: i monatti, incaricati di portar via su carri i cadaveri e di sotterrarli, e gli apparitori, incaricati di avvertire del passaggio dei carri, rimasti senza chi li controllasse, iniziarono a dedicarsi al saccheggio ed all’estorsione. Anche la pubblica sicurezza non mancò di distinguersi nel compiere atti perversi.
Il peggioramento della situazione contribuì a dare nuova forza alla paura della popolazione nei confronti degli untori, fino a farla divenire vera e propria pazzia. Dietro alle azioni degli untori iniziò ad essere vista la mano del diavolo, la gente iniziò a dubitare dei loro stessi parenti, iniziarono a diffondersi storie deliranti e si arrivò anche ad attribuire la causa della peste al passaggio di una cometa. Il delirio iniziò a coinvolgere gli stessi medici che fin dal principio aveva combattuto da soli contro la pubblica ignoranza. Lo stesso cardinale Federigo Borromeo non escluse l’esistenza di untori e di unguenti velenosi. I pochi che riuscirono fino all’ultimo a mantenersi lucidi ed a ragionare, tanto da ritenere assurde le opinioni popolari, non vollero però ovviamente esporsi per prudenza. I magistrati, confusi e ridotti in numero ogni giorno di più, si dedicarono quasi solo alla ricerca degli untori: numerosi furono i processi ed altrettanto numerose le condanne di innocenti, accusati di aver propagato la peste.

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