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Testo del canto 24 (XXIV) del poema Orlando Furioso

80
A questo la mestissima Issabella,
declinando la faccia lacrimosa
e congiungendo la sua bocca a quella
di Zerbin, languidetta come rosa,
rosa non colta in sua stagion, sì ch’ella
impallidisca in su la siepe ombrosa,
disse: – Non vi pensate già, mia vita,
far senza me quest’ultima partita.

81
Di ciò, cor mio, nessun timor vi tocchi;
ch’io vo’ seguirvi o in cielo o ne lo ‘nferno.
Convien che l’uno e l’altro spirto scocchi,
insieme vada, insieme stia in eterno.
Non sì tosto vedrò chiudervi gli occhi,
o che m’ucciderà il dolore interno,
o se quel non può tanto, io vi prometto
con questa spada oggi passarmi il petto.

82
De’ corpi nostri ho ancor non poca speme,
che me’ morti che vivi abbian ventura.
Qui forse alcun capiterà, ch’insieme,
mosso a pietà, darà lor sepoltura. –
Così dicendo, le reliquie estreme
de lo spirto vital che morte fura,
va ricogliendo con le labra meste,
fin ch’una minima aura ve ne reste.

83
Zerbin la debol voce riforzando,
disse: – Io vi priego e supplico, mia diva,
per quello amor che mi mostraste, quando
per me lasciaste la paterna riva;
e se commandar posso, io vel commando,
che fin che piaccia a Dio, restiate viva;
né mai per caso pogniate in oblio
che quanto amar si può, v’abbia amato io.

84
Dio vi provederà d’aiuto forse,
per liberarvi d’ogni atto villano,
come fe’ quando alla spelonca torse,
per indi trarvi, il senator romano.
Così (la sua mercé) già vi soccorse
nel mare e contra il Biscaglin profano:
e se pure avverrà che poi si deggia
morire, allora il minor mal s’elleggia. –

85
Non credo che quest’ultime parole
potesse esprimer sì, che fosse inteso;
e finì come il debol lume suole,
cui cera manchi od altro in che sia acceso.
Chi potrà dire a pien come si duole,
poi che si vede pallido e disteso,
la giovanetta, e freddo come ghiaccio
il suo caro Zerbin restare in braccio?

86
Sopra il sanguigno corpo s’abbandona,
e di copiose lacrime lo bagna,
e stride sì, ch’intorno ne risuona
a molte miglia il bosco e la campagna.
Né alle guance né al petto si perdona,
che l’uno e l’altro non percuota e fragna;
e straccia a torto l’auree crespe chiome,
chiamando sempre invan l’amato nome.

87
In tanta rabbia, in tal furor sommersa
l’avea la doglia sua, che facilmente
avria la spada in se stessa conversa,
poco al suo amante in questo ubidiente;
s’uno eremita ch’alla fresca e tersa
fonte avea usanza di tornar sovente
da la sua quindi non lontana cella,
non s’opponea, venendo, al voler d’ella.

88
Il venerabile uom, ch’alta bontade
avea congiunta a natural prudenza,
ed era tutto pien di caritade,
di buoni esempi ornato e d’eloquenza,
alla giovan dolente persuade
con ragioni efficaci pazienza;
e inanzi le puon, come uno specchio,
donne del Testamento e nuovo e vecchio.

89
Poi le fece veder, come non fusse
alcun, se non in Dio, vero contento,
e ch’eran l’altre transitorie e flusse
speranze umane, e di poco momento;
e tanto seppe dir, che la ridusse
da quel crudele ed ostinato intento,
che la vita sequente ebbe disio
tutta al servigio dedicar di Dio.

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