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Testo del canto 24 (XXIV) del poema Orlando Furioso

90
Non che lasciar del suo signor voglia unque
né ‘l grand’amor, né le reliquie morte:
convien che l’abbia ovunque stia ed ovunque
vada, e che seco e notte e dì le porte.
Quindi aiutando l’eremita dunque,
ch’era de la sua età valido e forte,
sul mesto suo destrier Zerbin posaro,
e molti dì per quelle selve andaro.

91
Non volse il cauto vecchio ridur seco,
sola con solo, la giovane bella
là dove ascosa in un selvaggio speco
non lungi avea la solitaria cella;
fra sé dicendo: – Con periglio arreco
in una man la paglia e la facella. –
Né si fida in sua età né in sua prudenza,
che di sé faccia tanta esperienza.

92
Di condurla in Provenza ebbe pensiero
non lontano a Marsilia in un castello,
dove di sante donne un monastero
ricchissimo era, e di edificio bello:
e per portarne il morto cavalliero,
composto in una cassa aveano quello,
che ‘n un castel ch’era tra via, si fece
lunga e capace, e ben chiusa di pece.

93
Più e più giorni gran spazio di terra
cercaro, e sempre per lochi più inculti;
che pieno essendo ogni cosa di guerra,
voleano gir più che poteano occulti.
Al fine un cavallier la via lor serra,
che lor fe’ oltraggi e disonesti insulti;
di cui dirò quando il suo loco fia;
ma ritorno ora al re di Tartaria.

94
Avuto ch’ebbe la battaglia il fine
che già v’ho detto, il giovin si raccolse
alle fresche ombre e all’onde cristalline;
ed al destrier la sella e ‘l freno tolse,
e lo lasciò per l’erbe tenerine
del prato andar pascendo ove egli volse:
ma non ste’ molto, che vide lontano
calar dal monte un cavalliero al piano.

95
Conobbel, come prima alzò la fronte,
Doralice, e mostrollo a Mandricardo,
dicendo: – Ecco il superbo Rodomonte,
se non m’inganna di lontan lo sguardo.
Per far teco battaglia cala il monte:
or ti potrà giovar l’esser gagliardo.
Perduta avermi a grande ingiuria tiene,
ch’era sua sposa, e a vendicar si viene. –

96
Qual buono astor che l’anitra o l’acceggia,
starna o colombo o simil altro augello
venirsi incontra di lontano veggia,
leva la testa e si fa lieto e bello;
tal Mandricardo, come certo deggia
di Rodomonte far strage e macello,
con letizia e baldanza il destrier piglia,
le staffe ai piedi, e dà alla man la briglia.

97
Quando vicini fur sì, ch’udir chiare
tra lor poteansi le parole altiere,
con le mani e col capo a minacciare
incominciò gridando il re d’Algiere,
ch’a penitenza gli faria tornare
che per un temerario suo piacere
non avesse rispetto a provocarsi
lui ch’altamente era per vendicarsi.

98
Rispose Mandricardo: – Indarno tenta
chi mi vuol impaurir per minacciarme:
così fanciulli o femine spaventa,
o altri che non sappia che sieno arme;
me non, cui la battaglia più talenta
d’ogni riposo; e son per adoprarme
a piè, a cavallo, armato e disarmato,
sia alla campagna, o sia ne lo steccato. –

99
Ecco sono agli oltraggi, al grido, all’ire,
al trar de’ brandi, al crudel suon de’ ferri;
come vento che prima a pena spire,
poi cominci a crollar frassini e cerri,
ed indi oscura polve in cielo aggire,
indi gli arbori svella e case atterri,
sommerga in mare, e porti ria tempesta
che ‘l gregge sparso uccida alla foresta.

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