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LA RICCA di Luigi Pirandello | Testo

E la figlia se n’era accorta, e lo spiava con gli occhi penetranti, in preda a una vaga inquietudine.
Di casa ormai non si usciva più come prima, quasi tutti i giorni. Giulia aspettava fino a tarda notte, leggendo nella sua stanza, di cui lasciava aperto l’uscio a bella posta, con le tendine tirate sui bracciuoli, che il padre uscisse dal suo studio. Lo vedeva passar curvo, nella ricca veste da camera, con le mani dietro la schiena, e la testa china sul petto; ma non osava andargli incontro e parlargli. Udiva richiuder l’uscio della stanza di faccia, e sospirava e stava incerta a pensare, dimenticando il libro e l’ora tarda.
Una notte Felice Montana, invece di recarsi nella sua stanza entrò in quella della figlia. Giulia si alzò stupita. Il padre si arrestò in mezzo alla stanza, levò la testa e le disse: – Siedi – come se quel movimento l’avesse disturbato. Un farfallone vellutato, nero, destato dall’improvviso alzarsi di Giulia, si mise a svolar pazzamente urtando contro il globo opaco della lampa sul tavolo. Anche di ciò s’infastidì evidentemente il vecchio; aspettò che il farfallone si quietasse di nuovo, poi parlò:
– Andiamo male – disse, scuotendo il capo. – Possibile? A conti fatti, l’esportazione dello zolfo è stata molto meno di tutti gli altri anni. Ho verificato sui libri di cassa. Appena la terza parte. Lo zolfo ormai si dà come pietra vile; non ha più prezzo. Nell’interno, c’è della gente che muore di fame. Colpa un po’ di tutti, nostra specialmente; l’ho predicato sempre. Nella zolfara grande di San Cataldo ho dovuto far sospendere i lavori d’estrazione. Che ce ne facciamo di tutto questo materiale inutile, che ci pesa sullo stomaco? Non si ricavan più neppure le spese! Ma questo è ancor nulla; non è di ciò che mi preoccupo. C’è di peggio.
Parlava come a se stesso, come continuando un pensiero nato nel suo studio, e l’esponeva così senza schiarimenti, per nulla dubitando che la figlia non l’intendesse.
– Circolano gravi notizie intorno alla compagnia di navigazione La Trinacria. Le credo ancora infondate. Mene, io dico, della nuova compagnia che vorrebbe impiantarsi. Però cominciano a inquietarmi, lo confesso.
Tacque, pensando; si passò forte una mano sulla fronte, poi scrollo le spalle e disse piano, andandosene: – Sarebbe la mia rovina.
Giulia restò perplessa, in piedi, presso il tavolo, guardando. Soprappresa così, non aveva capito nulla, aveva colto soltanto le ultime parole mormorate dal padre nell’andarsene: la mia rovina. Quando si riebbe da quell’insolito stordimento, andò fino all’uscio, guardò fuori nell’andito: buio e silenzio; l’uscio della stanza del padre, chiuso. Un’apparizione? pensò. La mia rovina! aveva detto così. Com’era venuto da lei, perché? che aveva voluto significarle, con quelle parole?
– Soffre molto! – esclamò forte, e subito si stupì della sua voce, come fosse uscita d’un’altra persona nella stanza. – Deve soffrir molto – ripeté piano, con gli occhi fermi in un punto. Quelle ultime parole le tornavano insistenti dalla memoria alle labbra, come per esser riflesse col suono sulla coscienza ancora ottusa: la mia rovina!… la mia rovina!…

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