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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Poco dopo, quasi attirato dalla propria imagine, si fermò davanti allo specchio dell’armadio e, nel vedersi così stravolto, impallidì e si premé forte con una mano il grosso capo calvo, guardandosi fiso negli occhi, imponendo a se stesso di calmarsi, di domare l’interna agitazione. Sparve subito infatti la contrazione della fronte, gli ritornò agli occhi, quasi velati da costante cordoglio, Lo sguardo fioco, che s’intonava al pallore del volto contornato da una corta barba brizzolata. Tutto il corpo stanco dimostrava una senilità precoce.
Di questo suo rapido deperire s’era fatta il Furri una tremenda fissazione, una costernazione non ovviata mai, alla quale dava in apparenza sostegno di ragione o di scusa il fatto, che veramente nessuno della sua numerosa famiglia era pervenuto al limite d’età superato da lui (ma in quelle condizioni), da lui e dalla sorella Maddalena, credeva ancora per la pietosa cura di Lauretta, vana cura in parte, perché i nipoti lontani, per scusare la mancanza di caratteri di colei, in ogni lettera erano costretti a ripetere che incessanti infermità le impedivano di scrivere.
Ogni giorno per lui poteva essere l’ultimo’
Certo, avvertiva una grande debolezza alle gambe, come un abbandono di tutte le membra divenute pesanti. Mormorava di tanto in tanto qualche frase su quel suo stato, e tendeva l’udito alle lugubri parole, come per sentire egli stesso con che voce le pronunziava. Le improvvise, impulsive ribellioni a quest’incubo sortivan sempre lo stesso effetto: una maggiore angoscia, la riprova ch’egli era un essere ormai finito. Non era terrore della morte, no: la morte l’aveva tante volte sfidata, da giovine; ma quel doverla aspettare così, quasi spiandola, quel sapere che di minuto in minuto poteva sopravvenire, quell’infinita sospensione nell’attesa che a un tratto qualcosa dovesse mancargli dentro: ecco il terrore, ecco l’orrenda ambascia.
– Mario Furri, – mormorò additando e fissando con torvo sdegno la propria imagine nello specchio. Ma l’imagine ritorse e appuntò contro a lui l’indice teso, come se volesse significare: “Tu, non io: se tu ridessi, io riderei”.
Sorrise, difatti, tristemente.
Poco dopo si staccò dallo specchio, fermo nel proponimento di non pensare più, per il momento, alla lettera inattesa e di studiare poi pacatamente quel che gli sarebbe convenuto di fare.
Ritornò alla scrivania per leggere le altre lettere ricevute la mattina. Scorse la prima, scorse la seconda, a metà della terza piegò il capo sulle mani, sentendo l’incapacità di continuare e quasi la voglia d’addormentarsi. Balzò in piedi: la sonnolenza lo atterriva; ma simulò a se stesso che non tanto la paura d’addormentarsi lo avesse spinto ad alzarsi, quanto un pensiero sortogli in mente all’improvviso: – Era meglio, sì, era meglio, per prudenza, raccomandare alla Lander di non far cenno di quella lettera a Lauretta –.
Non aveva voluto far mai consapevole di nulla la vecchia governante. Si pentiva ora d’averle rivolto quelle inutili domande con la sciocca speranza di potere dalle risposte di lei trarre un filo per uscire dal labirinto delle tante sue supposizioni. Ma l’avergli la Lander domandato se egli conoscesse Anny lo assicurava che non aveva sospetti di sorta. Gli era poi sovvenuta a tempo la scusa verisimilissima della sua ricerca infruttuosa in Germania, quella lettera importante, cioè, da recapitare alla de Wichmann.
Anny! Anny! Se egli la conosceva!
Tredici anni erano trascorsi dal suo viaggio in Germania, che gli si ridestava adesso nella memoria come un sogno turbinoso. Nessuna traccia di lei, né vicina, né lontana. Ma quante notizie tuttavia e quanta parte della vita d’Anny non aveva raccolte a Bonn! Aveva voluto visitare finanche la casa abbandonata nella Wenzelgasse, come ogni altro luogo della città, per investigare la prima vita di lei; perché nulla, con l’ajuto delle notizie, al cospetto delle cose intorno, gli restasse ignoto. Lì, per la Poppelsdorf-allée, ella era certo andata a passeggio con le amiche, e lì, su l’ampio e lungo argine del Reno aveva certo atteso il piccolo battello a vapore che tutto il giorno, come una spola, riallaccia la vita di Bonn a quella di Beuel dirimpetto; o era andata fin dove l’argine termina in un sentieruolo su la riva che conduce a Godesberg, a diporto, i dì festivi. Tutto, tutto aveva voluto vedere, quasi con gli occhi di lei. E qual segreta corrispondenza non gli era parso di sorprendere tra l’aspetto di quei luoghi e l’indole di Anny! E come le notizie apprese su l’antecedente vita di lei e della madre lo avevano confermato nel concetto ch’egli s’era formato di loro! Della madre aveva sentito che tutti parlavano male, non quanto però l’odio che egli le portava avrebbe desiderato: era antipatica a tutti per le sue arie e velleità nobilesche così poco fondate, come quel de davanti al cognome, in luogo del von, dimostrava. Notizie, notizie; ma nessuna traccia: nessuna! Come mai ora, improvvisamente, da Wiesbaden, quella lettera? Da Wiesbaden egli era pur passato; vi si era trattenuto otto giorni; ma c’era Anny allora? Veramente non aveva più alcun indizio per cercarla in quella città. Era morta dunque a Wiesbaden la signora de Wichmann, come la lettera di Anny annunziava? Quand’era morta? Anny non precisava né il tempo né il luogo; non precisava nulla, fuor che il giorno che sarebbe arrivata a Roma.
Coi gomiti su la ribalta della scrivania, la testa tra le mani e gli occhi chiusi, il Furri s’immerse negli antichi ricordi. Era come se si conficcasse una lama in una vecchia ferita. Ma il pudore dell’età, la coscienza dello stato in cui era ridotto, non gli consentivano indugio nella tenerezza di certi ricordi. Ricordando, voleva giudicare; e, giudicando, raffermarsi in un proposito irremovibile. Dietro una porta chiusa, un mondo di cose morte: là dentro il sole non poteva né doveva più penetrare; vi entrava lui per cercare, ma con tal sentimento, come se dovesse trovarvi fra l’altro bambole e giocattoli appartenuti a bambini morti, cose che le mani d’un vecchio dovevano scostare e sfuggire; dopo, avrebbe richiuso la porta e si sarebbe messo a guardia contro chiunque avesse voluto forzarla. In quel nascondiglio bujo dei ricordi era pure una culla abbandonata: la culla di Lauretta ignara.
– Sì, la mamma è morta, figliuola mia; morta nel darti alla luce.
– E ritratti di lei non ne hai?
– No, nessuno.
– E com’era, babbo?
Com’era? Il Furri, al ricordo di questo lontano dialogo con la figlia fanciulletta, s’addentò furiosamente una mano per soffocare i singhiozzi irrompenti che gli scotevano tutta la persona.

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