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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

– Ach nein! – strillò a questo punto, ferita nel cuore, la signorina Lander. – Patre di famiglia! No, no, non dica questa cosa, sighnor! Morto? morto?
– Non è morto nessuno! – gridò a sua volta il Furri. – Le ripeto che la lettera non è per lei, e non mi faccia perdere la pazienza con codeste follie. Guardi del resto il bollo postale: Wiesbaden, vede? Se non si rassicura, telegrafi a chi sa lei, e mi lasci in pace! Voglio restar solo; è permesso?
La signorina Lander non rispose; si portò il fazzoletto agli occhi e si mosse per uscire, scotendo il capo, certo col sospetto che ora ella non avrebbe potuto assicurarsi più che qualche lettera potesse capitare nelle sue mani, che non fosse prima aperta dal signor avvocato. Il Furri, quantunque avesse ben altro per il capo, la seguì con gli occhi, compreso di stupore: – Quella vecchia lì, ingannata in gioventù e tradita dall’amante ammogliatosi poi con un’altra donna, non solo si occupava ancora, dopo tant’anni, della vita di lui fino a farne segretamente la vita stessa del suo cuore; ma, sapendolo nella miseria, gli faceva pervenire, per via indiretta, tutti i suoi risparmii, e pareva non avesse altro piacere o sollievo se non quanto di lui pensava fantasticando dietro le notizie che gliene dava una sorella, con la quale era in corrispondenza, o davanti al ritratto di lui custodito in un cofanetto insieme con quelli dei figliuoli non suoi, ma che come suoi ella amava – quella vecchia lì.
– Signorina! – chiamò il Furri improvvisamente, scotendosi, mentr’ella stava per varcare la soglia.
La vecchia signorina si volse di scatto; tese le lunghe braccia e ruppe in singhiozzi: – Morto, è vero? Morto! Morto! –.
– No, perdio! Vuol proprio farmi uscire dai gangheri questa mattina? – tuonò il Furri. – Voglio sapere qualcosa da lei… Segga, la prego.
La Lander non piangeva più: imbalordita, con gli occhi rossi, guardava il Furri, e nell’attesa, era a tratti scossa da certi singulti nel naso. Il Furri stette un po’ con una mano su gli occhi, come per vedere quel che pensava dentro e studiare il modo di manifestarlo.
– Ricordo che lei una volta, molt’anni or sono, mi disse che conosceva la famiglia de Wichmann, è vero?
– Sì, – rispose con esitanza la Lander, non intendendo il perché di quella domanda, perché ormai non poteva più fare a meno di riferir tutto al suo segreto tormento. – La famiglia de Wichmann, conosco benissimo. Frau de Wichmann non stava molto lontano d’abitazione da me, ciusto nella Wenzelgasse.
– Lo so, lo so, – disse il Furri recisamente, per impedire che la vecchia governante, richiamata dal ricordo al paese natale, si perdesse in inutili particolari, a lui per altro notissimi. – Mi dica: oltre alla vecchia zia della signora (quella Frau Lork che abitava a Colonia) sa ella se la famiglia de Wichmann avesse altri parenti in altre città della Germania?
– La città di nascita della sighnora de Wichmann, – rispose la Lander dopo aver cercato nella memoria – è Braunschweig.
– Lo so! – interruppe di nuovo il Furri. – Sono andato fin lassù; ma la madre della signora, che vi abitava ormai sola, era morta da circa un anno, come morta trovai pure a Colonia Frau Lork, la zia. A Braunschweig mi dissero che a Düsseldorf abitava un cugino della de Wichmann: ma a Düsseldorf il cugino non c’era più. Vorrei sapere da lei qualche notizia, se per caso ne avesse, dei parenti del marito.
– Il luogotenente de Wichmann, – s’affrettò a rispondere la signorina Lander con insolita scioltezza di lingua – è morto cloriosamente nella cuerra del Settanta! Ma non so la città di nascita, non so che famiglia.
– Né lui né la signora erano nativi di Bonn, dunque, – riprese il Furri. – Vi è nata soltanto la signorina?
– Sì, Anny! la mia Aennchen: Hans, come tutti la chiamavano, come maschio, perché era così… come si dice? tutto spirito… un cafallino… Hans l’ha conosciuta lei, sighnor?
– Sì, – rispose, più col cenno del capo che con la parola, il Furri.
– Qui in Italia?
Il Furri ripeté il cenno.
– Sono ancora in Italia? – domandò esitante la Lander.
– No.
– A Bonn, tue anni, non erano più tornate, dopo loro viatcio in Italia: venduta casa, mobilio, tutto.
– Lo so, lo so. Io, andando in Germania, dovevo… dovevo rimettere nelle loro mani una lettera importantissima da Roma. Non le ho trovate: sono andato in giro per loro, ma così, senza nessuna traccia…
– E dove sono allora? – domandò costernata la Lander.
– Mi arriva ora una lettera da Wiesbaden. Speravo perciò che lei sapesse dirmi, se vi avesse mai avuto residenza qualche parente della famiglia de Wichmann. Se lei non sa, non ho altro da dirle. Le raccomando… – S’interruppe; stava per aggiungere: – le raccomando di non far parola a Lauretta di questo nostro colloquio –; ma poi, temendo non farle intendere più che non bisognasse, la pregò d’uscire, e quella uscì stordita, ma pur rassicurata per sé, sebbene con la certezza che ci doveva esser sotto qualcosa di grave, se il sighnor era così umwölkt a cagione della lettera per cui tanto ella aveva lagrimato.
– Hans! – sospirò il Furri, appena rimasto solo, tentennando leggermente il capo. E quasi imitando una voce che venisse da molto lontano, aggiunse: – Riesin… meine liebe Riesin… –. Strizzò gli occhi, contrasse il volto come per un interno spasimo insopportabile, e si mise a passeggiare per la camera mormorando a capo chino: – Ora! Ora! –. Gli occhi a un tratto gli andarono sulla busta, lì su la scrivania; la prese, e rilesse, con gli angoli della bocca contratti in giù dallo sdegno:
– Furi. Ha dimenticato finanche il nome.
Trasse di tasca la lettera listata a nero, ma non ebbe animo neanche di posarvi lo sguardo, e la richiuse nella busta lacerata.
Si rimise a passeggiare.

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