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VEXILLA REGIS di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Uscito? Così per tempo? E perché? La signorina Alvina Lander, tanto alta di statura, quanto nel corpo magra; lunga di gambe e le braccia ossute, ciondoloni; l’enorme volume dei capelli ritinti d’un color d’oro scialbo e cascanti su gli orecchi, su la fronte e, in neglette trecce, su la nuca; picchiò con le grosse nocche su un uscio del corridojo in penombra e attese, abbassando le palpebre su i vivi occhietti ceruli mobilissimi.
Per infermità di molti anni era insordita, e per questa cagione potentissima; benché non fosse questa sola. Ce n’erano altre, ciascuna delle quali avrebbe potuto fare più che infelice una donna, non che tutte insieme, com’ella spesso soleva esporre all’avvocato Mario Furri, della cui figliuola Lauretta era da tredici anni governante. E innanzi tutto, la perdita di tanta vita inutilmente; poi, un certo tradimento, di cui il signor avvocato era a conoscenza, e per cui quello stato di servitù in Italia; e la debolezza, se non la vecchiaja, venuta prima del tempo e la ignoranza. Infine delle cose del mondo, causa di tanti mali e di tanti mancamenti, per i quali veniva accusata, quand’invece avrebbe dovuto essere, non solo scusata, ma compatita e soccorsa anche; mah! mah!
Sospettava la signorina Lander che nell’animo delle persone con cui praticava fossero impressi due falsi concetti di lei I uno di malizia, l’altro di ipocrisia; del che era pur forse cagione la sordità. Ma questo sospetto era in lei ormai invecchiato, e lei nel sospetto. Così pure erano invecchiati e tenacemente radicati nell’aspra sua gorga tedesca alcuni errori di pronunzia, non ostante che ella intendesse benissimo l’italiano; troncava, per esempio, certe parole giusto dove non doveva e diceva sighnora e sighnor, con grazia particolare; come si ostinasse a non voler intendere che gli altri dicevano signora e signore.
Quante volte intanto Lauretta aveva gridato avanti o herein? La signorina Lander attendeva ancora lì, paziente e assorta, stirandosi lo scialletto di seta verdastra, che teneva sempre addosso: “primavera su le spalle e giugno in testa” come Lauretta soleva dire. E giugno erano i capelli color di mèsse affienita. L’uscio s’aprì di furia, sbacchiando contro la strombatura e facendo sobbalzare la sorda, a cui Lauretta coi capelli disciolti, le belle braccia nude e un asciugamani sorretto col mento sul seno, ripeté stizzita:
– Avanti! Avanti! Avanti!
Scuse della signorina Alvina: ecco, eh già, non aveva inteso perché aveva la mente altrove: si scervellava da un’ora a imaginare che cosa potesse mai essere accaduta al sighnor avvocato uscito di casa sehr umwölkt, così per tempo.
– Uscito? Come? – domandò Lauretta.
Uscito. Il portiere gli aveva recato, al solito, la posta; ma lettere e giornali erano lì ancora, su la scrivania; quelle, non aperte; questi, sotto fascia.
– Was soll man denken, Fraulein Laura?
Lauretta impallidì, con gli occhi appuntati nel sospetto che le balenava davanti: che il padre, oh Dio, fosse venuto a conoscere da qualche lettera la morte della sorella la morte della zia Maddalena, che lei da circa tre mesi gli nascondeva? Ma e perché era uscito? Rannuvolato sehr umwölkt, come diceva la Lander? Indossò in fretta l’accappatojo e corse alla camera del padre, seguita dalla Lander, che ripeteva: – Was soll man denken?
Che pensare? Ma sì, questo, senza dubbio: che aveva saputo della disgrazia. Però, dov’era la lettera? Le lettere erano lì, ancora chiuse; ma erano tutte? Ah, ecco una busta sul tappetino, strappata Subito Lauretta si chinò a raccoglierla: una busta listata a nero con un francobollo tedesco! L’indirizzo, di minutissima scrittura, diceva Furi in luogo di Furri. La signorina Lander vi fissò gli occhi, impallidendo lei, questa volta, e indicando: – Francobollo tetesco… – tolse di mano a Lauretta la busta; la esaminò, e aggiunse: – Scrittura feminina
– Sì, carattere di donna, – confermò Lauretta
– Ach Fräulein! – esclamò allora la signorina Lander, portandosi alla fronte le grosse mani da maschio e sollevando la mèsse dei capelli: – Discrazia! discrazia! Certo lettera per me . Oh Je’! oh Je’!
– Per lei? Perché per lei? Ma no, – s’affrettò a replicare Lauretta, non ostante che l’interpretazione della signorina Lander che la lettera fosse per lei, le paresse in fondo giusta – Guardi, – aggiunse, per esortarla a far buon animo – è indirizzata a papà E poi, se fosse come lei sospetta perché sarebbe uscito papà? Sarebbe venuto da me, a dirmelo
– Ach nein! nein! – negò subito, recisamente, la Lander scotendo il capo e frignando in modo comicissimo
– Come no! Certo, – replicò Lauretta, frenando a stento il riso per quel modo di piangere. Ma la signorina Lander seguitò a dir di no col capo e a frignare, mentre Lauretta: – Perché no? – avrebbe voluto insistere; ma ritorse invece a se stessa la domanda, guardando la vecchia governante che per la prima volta le appariva come strappata a una vita lontana, a lei ignota e a cui ella non aveva mai avuto occasione di rivolgere il pensiero, non avendo mai concepito nella Lander un essere che per sé esistesse o che avesse potuto esistere fuori dei rapporti di vita con lei che, da bambina se la era veduta sempre attorno. – Per chi teme del resto? – le domandò. – Se lei lassù non ha più nessuno?
– Doch! – esclamò tra le lagrime la sorda levando gli occhi dal fazzoletto.
– Ah sì? – fece Lauretta. – E chi?
– Das darf ich nicht Ihnen sagen! – rispose la governante, nascondendosi la faccia tra le mani. – Non posso né debbo dirglielo. – E se ne uscì, ripetendo tra il pianto la preferita esclamazione: – Oh Je’! oh Je’! –.
Quando Mario Furri tornò a casa, Lauretta era ancora lì, nella camera di lui, appoggiata alla scrivania e assorta.
– Oh babbo! Che è accaduto?
Il Furri guardò la figlia quasi in uno smarrimento di vertigine, come se la vista di lei e la subitanea domanda gli avessero dentro arrestato con freno violento un tumulto. Era pallido; impallidì vieppiù, mentre pur si sforzava a sorridere.
– Che è accaduto? – domandò a sua volta, con voce mal ferma.
– Sì, alla signorina Alvina. Sta a piangere di là; sostiene che tu hai ricevuto una lettera per lei dalla Germania.
– Per lei? Va’, dille che è matta! – rispose il Furri urtato, con asprezza.
– Ecco appunto! non era per lei! – esclamò Lauretta. – Gliel’ho detto; e lei, no: oh Je’! oh Je’! Abbiamo trovato questa busta per terra e, che vuol? tu non sei mai uscito di casa così presto; abbiamo temuto che tu sì… siamo entrate. – Un improvviso rossore infiammò il volto di Lauretta, come se le fosse nato il dubbio d’aver commesso un’indiscrezione. Si smarrì. Il padre allora sorrise mestamente dell’imbarazzo della figliuola e, carezzandola sotto il mento, le disse:
– Non è nulla, non è nulla. Va’ di là, lasciami veder la posta.
– Sì, sì… io, guarda: ancora spettinata… – fece Lauretta scappando via sorridente e tuttavia confusa.
Ma poco dopo, ecco picchiare all’uscio del signor avvocato la signorina Lander con gli occhi rossi dal pianto frenato a stento dal fazzoletto che teneva in mano pronto, se mai, a porre un altro argine.
– Che vuole da me? – le disse il Furri duramente, senza darle tempo d’aprir bocca. – Chi le ha detto che ho ricevuto una lettera per lei? Lei entra qua; fruga tra le mie carte; trova una busta che non le appartiene, e subito le salta in capo non so che cosa. Ma mi dica un po’, di grazia, chi può mai averle scritto da Wiesbaden? e che sciagura potrebbe esserle occorsa? So, so ch’ella commette l’inqualificabile leggerezza di scrivere ancora alla sorella di quel signor Wahlen che ha moglie e figliuoli e debbo sperare non si curi più di lei né punto né poco. Può esser morta la sorella? può esser morto lui? Che gliene deve importare? scusi.

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