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LA PAURA DEL SONNO di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Uno degli amici si alza infreddolito e va a prendere il vino, seguendo le indicazioni del vedovo; non per sé, né per gli amici, ma per quel poveretto che ha mal di denti… Una bottiglia e cinque bicchieri. Man mano la conversazione s’avvia; triste. Resta al Mago il rimorso di non aver dato ascolto a chi gli aveva espresso il dubbio non fosse quel sonno continuo della moglie il segno manifesto d’una malattia che le covava dentro. Sì, così era: adesso, troppo tardi, egli ne aveva la prova nel fatto. Ma intanto… eh già, intanto bisognava pur farsi coraggio, rassegnarsi. Nessuna colpa volontaria, in fin dei conti, da parte sua: aveva lasciato dormire la moglie per non infastidirla più. La moglie invece era malata, dormiva, poverina, quasi per prepararsi all’ultimo sonno! Che ne sapeva don Saverio? Un giorno o l’altro quella disgrazia doveva pure accadere! Non era più vita, ormai! Meglio dunque presto che tardi, e per tante ragioni…
Così, a poco a poco, la bottiglia si votava, ma piano piano, senza glo glo. E finalmente ruppe l’alba.
Ai quattro angoli del letto le torce si erano a metà consumate, non ostante la cura d’una vicina che pazientemente aveva nutrito d’ora in ora le fiammelle coi gocciolotti raccolti dai fusti, perché contava di portarsi via i resti di quelle torce, mentre le altre due compagne dormivano placidamente accanto al letto funebre. Vennero su le prime ore del giorno i portantini col cataletto.
I morti, al tempo del Mago, non si spedivano belli e incassati all’altro mondo: usavano altri mezzi di spedizione: i cataletti.
Tutto il vicinato era già in attesa, per accompagnare la defunta fino all’uscita del paese.
Don Saverio volle legare lui stesso con le sue mani i polsi della moglie con un nastrino di seta gialla, come usava allora; poi, ajutato da un amico, tolse dal letto la morta per le spalle e l’adagiò sul cataletto, e le pose sul seno un Crocifisso; la baciò in fronte e la contemplò un tratto attraverso le lagrime che gli sgorgavano abbondanti dagli occhi gonfi e rossi.
Un sacerdote, labbreggiando con gli occhi socchiusi un’orazione, benedisse il cadavere, e finalmente i portantini s’introdussero tra le stanghe del cataletto, si disposero su gli omeri le cinghie, e via.
Il Mago ricadde in preda ai quattro amici della veglia.
Andava il mortorio silenzioso per le vie della cittaduzza, a quell’ora deserte.
Il freddo era intenso, e andavano gli uomini stretti nelle spalle e con le mani in tasca, guardando il fiato vaporare nell’aria rigida invece del fumo della pipa che non accendevano per rispetto alla morta; andavano le donne avvolte negli scialli neri di lana o nelle mantelline di panno, conversando tra loro a bassa voce; e borbottando orazioni, le vecchie. Di tratto in tratto il mortorio s’arrestava, e i portantini si davano il cambio.
La via che conduceva al camposanto, situato in alto, in cima al colle che sovrasta la cittaduzza, svoltava bruscamente al cominciare dell’erta, fuori dell’abitato.
Proprio al gomito sorgeva un vecchio albero di fico dal tronco ginocchiuto e dai rami aspri e stravolti, coi quali sbarrava quasi il passaggio. Quest’albero di fico, guardiano della via del cimitero, non era stato abbattuto, perché, rendendo così, coi suoi rami, difficile il transito ai morti, pareva ai vivi di buon augurio.
Giunto presso all’albero, già il codazzo del mortorio si sbandava, quand’ecco, a un tratto, avendo i portantini nel darsi un ultimo cambio lasciato impigliar le vesti della morta tra i rami del fico più sporgenti, la signora Fana, solleticata alle gambe, alle mani, al volto, dalle foglie dell’albero, tra le grida d’orrore di tutta la gente, sorgere a sedere sul calaletto, coi polsi legati, cerea, sbalordita di trovarsi in quel luogo, all’aria aperta, tra tanto popolo che le urlava intorno raccapricciato.
Per volere di Dio o per mano del diavolo, la piccola signora Fana era risuscitata; e forse il merito spettava più al diavolo, a giudicare almeno dalla prova che della sua resurrezione volle subito dare spezzando il nastro che le legava i polsi per  scagliare contro la gente che la intronava il crocifisso trovatosi in grembo. Scesa poi dal cataletto con le mani tra i capelli, fu circondata dalle amiche, dai curiosi che avevano seguito il mortorio. In un baleno si sparse, volò la nuova della resurrezione, e gente accorreva da ogni parte, a vedere il miracolo.
– Miracolo! Miracolo!
E la piccola signora Fana non trovava parole da rispondere; stordita, oppressa, tempestata di domande, di cure, guardava in bocca la gente. – Una sedia! Una sedia!
– Non si reggeva in piedi? – I piedi? – Come si sentiva? – Aria! Aria! Largo! – I piedi? – Come! le facevano male i piedi?
– Sì… ho le scarpe strette, che non mettevo più da un anno… – risponde la signora Fana, guardandosi i piedi, seduta.
I più vicini ridono; le tolgono le scarpe.
– Voglio tornare a casa… – riprende la signora Fana.
Sorge allora un contrasto tra la folla raccolta.
– Per carità! Non la fate andare subito a casa! – raccomandano alcuni.
– Subito! Subito! – tempestano altri.
– No! Preparate alla notizia il marito! Potrebbe impazzire!
– È giusto! È giusto! – si grida di qua; ma di là, sollevando in trionfo la sedia su
cui la signora Fana sta seduta: – A casa! A casa!
– No! Prima in chiesa! A ringraziare Dio!
– A casa! A casa!
Da quel pandemonio, intanto, tre, quattro vicini di casa del Mago scappano di corsa per prepararlo al fausto avvenimento, prima che arrivi la processione che va gridando in delirio per le vie:
– Miracolo! Miracolo!
– Cose che avvengono… – spiega invece sorridendo un medico mattiniero in una farmacia. – Una sincope cessata a tempo, per fortuna!
Intanto i vicini accorsi a dare l’annunzio, pervenuti in casa di Càrzara, lo trovano tra i quattro amici della veglia, se non del tutto confortato, già quasi calmo.
Discorre dei suoi burattini e dell’arte sua, fumando e bevendo con gli altri, a sorsellini, senza aver l’aria di badare a quello che fa. La mestizia, sì, è rimasta nella voce, poiché il discorso è partito dalla disgrazia della moglie che da molto tempo non lo ajutava più nel suo lavoro; ma ne parla come se fosse morta da più d’un anno. Gli amici gli lodano le sue creaturine, e lui se ne compiace; ne ha presa anzi una a caso da un cordino, e la mostra ai quattro ammiratori.
– Guardate… no, vi prego, guardate bene. In coscienza, chi li lavora più così?
Questi non si rompono neanche se li sbattete su le corna del Tubba che osa dirsi mio rivale! È facile che un bambino, fattura di Dio, muoja; ma questi che faccio io campano cent’anni, parola d’onore! La ragione c’è: figli non ne ho avuti, mi capite? I miei figli sono stati sempre questi qua.
Ma la strana animazione che è nei volti dei sopravvenuti tutti ansanti, esultanti, sorprende il Mago e i quattro compagni.

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