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IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello | Riassunto, analisi e commento

Mattia Pascal va infine a vivere con sua zia Scolastica, che ha ora un maggiore considerazione di lui, e torna anche al suo lavoro di bibliotecario. Ogni tanto va anche a fare visita alla sua tomba, rendendo omaggio a quell’uomo sconosciuto morto a suo nome e quindi senza che nessuno versasse per lui una lacrima. A chi incrociandolo gli chiede chi lui sia veramente:

Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo: “Eh, caro mio… Io sono il fu Mattia Pascal.”

Commento e analisi:
La narrazione in prima persona. Innanzitutto Pirandello adotta un punto di vista che mette in crisi l’onniscienza del narratore ottocentesco: a narrare è infatti il protagonista stesso, Mattia Pascal, che espone i fatti capitatigli sotto forma di memorie. Il narratore è dunque autodiegetico, cioè interno al romanzo e per di più protagonista delle vicende che si appresta a raccontare. Il punto di vista, di conseguenza, non può essere onnicomprensivo, ma vistosamente parziale perché legato a ciò che compie, vede, prova, pensa il protagonista. Questa scelta narrativa implica una visione relativistica del reale, che mette in crisi la fiducia nella conoscenza dei fatti e rende inafferrabile la verità. La conoscenza del mondo può essere perciò sempre e solo frammentaria, irrisolta; e frammentaria è l’esposizione dei fatti con cui deve confrontarsi il lettore, che è chiamato a compiere un ulteriore sforzo riflessivo per saggiarne la verità e distaccarsi dall’interpretazione che il narratore gli offre. Mattia Pascal infatti chiama spesso in causa il lettore, esercitando nei suoi confronti una sorta di captatio benevolentiae per portarlo dalla sua parte e renderlo partecipe delle proprie disavventure; il suo racconto, del resto, è sempre condito con una buona dose di ironia, chiave di volta dello stile pirandelliano e della sua poetica dell’umorismo: Mattia riflette, giudica, talvolta burlandosi di se stesso.

Il romanzo filosofico. Una delle più rilevanti novità del romanzo pirandelliano risiede nell’impianto fortemente speculativo e argomentativo: sono numerose le pagine del Fu Mattia Pascal che presentano riflessioni filosofiche vere e proprie, discussioni intorno alle quali si arrovellano i protagonisti nell’atto di dover giustificare una tesi. Basti pensare alla conversazione tra Mattia e don Eligio Pellegrinotto sugli effetti della rivoluzione copernicana sulle vite degli uomini; o alla straordinaria riflessione sulla crisi novecentesca e il relativismo di Anselmo Paleari quando espone la celebre ipotesi dello “strappo nel cielo di carta” che improvvisamente turba la messa in scena della tragedia di Oreste in un teatro di burattini; o ancora la “lanterninosofia” di Anselmo Paleari, un saggio sulla relatività e soggettività della visione del mondo… Queste frequenti inserzioni saggistiche e filosofiche fanno decisamente pendere l’impianto del libro dalla parte della riflessione a discapito della narrazione dei fatti: Mattia Pascal è soltanto un ospite della vita, un inetto incapace di vivere pienamente, pertanto la sola attività che gli riesce egregiamente è riflettere e ragionare; perfino le vicende che gli accadono finiscono per essere solo degli esempi per avvalorare la sua visione del mondo, fortemente improntata al dubbio relativistico.

Il personaggio e l’inverosimiglianza del racconto. Mattia Pascal non ha niente di eroico, non ha slanci e manca di una volontà che si traduca in azione: tutto quel che gli succede è determinato e scandito dal caso, al punto da renderlo spesso fuori luogo se non addirittura estraneo alle vicende che egli stesso vive. La sua volontà è perciò sostituita dal caso che diventa il motore primo della storia: la vincita al casinò, il ritrovamento di un cadavere, la cui identità è attribuita erroneamente a Mattia Pascal, testimoniano il ridimensionamento dell’uomo nei confronti degli accadimenti del tutto casuali, e sanciscono la fine della centralità dell’essere umano nell’universo. A Pirandello quindi non interessano i “particolari oziosi” che costellano la quotidianità dell’uomo, perché l’uomo è un essere insignificante in balìa del caso, completamente alienato rispetto alla sua vita. Di conseguenza per l’autore agrigentino è molto più importante mostrare casi esemplari le cui vicende di vita sono straordinarie e inverosimili, perché appunto frutto dei capricci del caso.

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