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Italo Svevo

Il romanzo analitico, la figura dell’inetto e i meccanismi di autoinganno. I tratti distintivi del romanzo sveviano rispecchiano i capisaldi stilistici del romanzo d’analisi novecentesco: trame ridotte al minimo per dar rilievo non ai fatti, ma alle coscienze (anzi, all’inconscio) dei personaggi (esemplare proprio La coscienza di Zeno, che procede per capitoli tematici, senza una vera e propria trama); l’impianto diaristico del suo romanzo più importante; il punto di vista legato al personaggio principale, o meglio alla sua coscienza e al suo modo di interpretare i fatti e la realtà; la predilezione della narrazione in prima persona (è il caso sempre della Coscienza di Zeno); il “tempo misto” della narrazione, tipico della scrittura di Zeno (sdoppiato in narratore e in protagonista, con frequenti cortocircuiti temporali dovuti all’“invasione” a posteriori dello Zeno narratore nell’interpretazione dei fatti), ma che già nei primi due romanzi evade dalla ferrea sequenza logica e cronologica, per sprofondare nelle coscienze dei protagonisti; personaggi incapaci di agire, privi di tenacia e del piglio dell’eroe tragico, rassegnati al fallimento (è il caso, in particolare di Alfonso Nitti ed Emilio Brentani, protagonisti rispettivamente di Una vita e Senilità, e, in una certa misura, dello stesso Zeno Cosini). Con il romanzo sveviano nasce, di fatto, la figura dell’inetto, che getta le basi per una rivoluzione copernicana nel romanzo italiano e non solo: si tratta di una figura che vive un forte disagio esistenziale, una totale estraneità all’ambiente ed è combattuto tra un cieco impulso all’azione e una rassegnata rinuncia, che lo stritola e lo destina alla stasi. La sua coscienza anziché fungere da centro di controllo raziocinante, attua continui meccanismi di autoinganno per difendersi dalle insidie del mondo e della società, e soprattutto per blandire i sensi di colpa che lo attanagliano: in altre parole, il personaggio mente a se stesso per evitare di riconoscersi come inetto, incapace a vivere.

Tra Freud, Darwin, Schopenhauer e le radici ebraiche. Delineando le sottili trame di autoinganno della coscienza, il conflitto interiore che travaglia i suoi personaggi, Svevo ha saputo intravedere, con un anticipo di alcuni anni, quelle che sarebbero state teorie fondanti della psicanalisi (Una vita e Senilità sono infatti precedenti alle scoperte freudiane). Proprio dalla psicanalisi l’autore attingerà a piene mani per tracciare la struttura e temi fondanti del suo ultimo romanzo pubblicato in vita, La coscienza di Zeno. I tormenti dei suoi personaggi vanno ricondotti però anche ad altri sentieri culturali e filosofici: il fallimento e l’inettitudine sono la conseguenza della lotta per l’esistenza tra spiriti contemplativi (cui appartengono gli antieroi sveviani) e spiriti attivi, nonché del difficile adattamento all’ambiente che i vari personaggi vivono, chiaro rimando alle teorie di Darwin, cui Svevo si ispira nei primi racconti e che non abbandonerà mai del tutto; anche Schopenhauer ha avuto un ruolo importante nella formazione culturale di Svevo, al punto che lo scrittore triestino affermò che la figura di Alfonso Nitti, il suo malessere, la sua “vocazione” alla rinuncia, erano nati sotto l’influenza del Mondo come volontà e rappresentazione del filosofo tedesco, libro che Svevo aveva letto poco prima della stesura del romanzo. L’inettitudine e il destino avverso dei personaggi, il senso di colpa che li tormenta, trovano tuttavia spiegazione nelle radici ebraiche dell’autore: dietro i fallimenti dei protagonisti dei suoi romanzi si nasconde la figura dello schlemihl, il “perseguitato dalla sfortuna” della tradizione ebraica, cui forse lo stesso Svevo temeva di appartenere, al punto da firmare i suoi primi racconti con lo pseudonimo di “Samigli”, calco italiano della parola schlemihl. Alcuni critici, tra cui Giacomo Debenedetti, hanno prestato molta attenzione al rapporto tra il senso di colpa dei personaggi sveviani e le origini ebraiche dell’autore, mostrando come i tratti tipici della coscienza ferita siano ascrivibili alla tormentata identità ebraica, vittima di pregiudizi che la perseguitavano da secoli.

La “cattiva” scrittura sveviana. A lungo la critica ha sostenuto che la scrittura di Svevo mancasse del timbro necessario per essere una grande e brillante scrittura. La sua lingua un po’ grigia, il lessico non sempre puntuale, l’uso a volte poco ortodosso delle preposizioni risentono in effetti dell’influenza del tedesco e della parlata triestina, tuttavia, pur nella sua rigidità, questa scrittura aderisce perfettamente agli ambienti in cui i personaggi sveviani agiscono. Restano ad ogni modo impareggiabili lo scavo nella coscienza del personaggio e le grandi novità strutturali del romanzo come genere letterario.

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