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Testo del canto 35 (XXXV) del poema Orlando Furioso

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Con un sospir quest’ultime parole
finì, con un sospir ch’uscì dal core;
poi disse: – Andiamo; – e nel seguente sole
giunsero al fiume, al passo pien d’orrore.
Scoperte da la guardia che vi suole
farne segno col corno al suo signore,
il pagan s’arma; e quale è ‘l suo costume,
sul ponte s’apparecchia in ripa al fiume:

41
e come vi compar quella guerriera,
di porla a morte subito minaccia,
quando de l’arme e del destrier su ch’era,
al gran sepolcro oblazion non faccia.
Bradamante che sa l’istoria vera,
come per lui morta Issabella giaccia,
che Fiordiligi detto le l’avea,
al Saracin superbo rispondea:

42
– Perché vuoi tu, bestial, che gli innocenti
facciano penitenza del tuo fallo?
Del sangue tuo placar costei convienti:
tu l’uccidesti, e tutto ‘l mondo sallo.
Sì che di tutte l’arme e guernimenti
di tanti che gittati hai da cavallo,
oblazione e vittima più accetta
avrà, ch’io te l’uccida in sua vendetta.

43
E di mia man le fia più grato il dono,
quando, come ella fu, son donna anch’io:
né qui venuta ad altro effetto sono,
ch’a vendicarla; e questo sol disio.
Ma far tra noi prima alcun patto è buono,
che ‘l tuo valor si compari col mio.
S’abbattuta sarò, di me farai
quel che degli altri tuoi prigion fatt’hai:

44
ma s’io t’abbatto, come io credo e spero,
guadagnar voglio il tuo cavallo e l’armi,
e quelle offerir sole al cimitero,
e tutte l’altre distaccar da’ marmi;
e voglio che tu lasci ogni guerriero. –
Rispose Rodomonte: – Giusto parmi
che sia come tu di’; ma i prigion darti
già non potrei, ch’io non gli ho in queste parti.

45
Io gli ho al mio regno in Africa mandati:
ma ti prometto, e ti do ben la fede,
che se m’avvien per casi inopinati
che tu stia in sella e ch’io rimanga a piede,
farò che saran tutti liberati
in tanto tempo quanto si richiede
di dare a un messo ch’in fretta si mandi
e far quel che, s’io perdo, mi commandi.

46
Ma s’a te tocca star di sotto, come
piu si conviene, e certo so che fia,
non vo’ che lasci l’arme, né il tuo nome,
come di vinta, sottoscritto sia:
al tuo bel viso, a’ begli occhi, alle chiome,
che spiran tutti amore e leggiadria,
voglio donar la mia vittoria; e basti
che ti disponga amarmi, ove m’odiasti.

47
Io son di tal valor, son di tal nerbo,
ch’aver non déi d’andar di sotto a sdegno. –
Sorrise alquanto, ma d’un riso acerbo
che fece d’ira, più che d’altro, segno,
la donna, né rispose a quel superbo;
ma tornò in capo al ponticel di legno,
spronò il cavallo, e con la lancia d’oro
venne a trovar quell’orgoglioso Moro.

48
Rodomonte alla giostra s’apparecchia:
viene a gran corso; ed è sì grande il suono
che rende il ponte, ch’intronar l’orecchia
può forse a molti che lontan ne sono.
La lancia d’oro fe’ l’usanza vecchia;
che quel pagan, sì dianzi in giostra buono,
levò di sella, e in aria lo sospese,
indi sul ponte a capo in giù lo stese.

49
Nel trapassar ritrovò a pena loco
ove entrar col destrier quella guerriera;
e fu a gran risco, e ben vi mancò poco,
ch’ella non traboccò ne la riviera:
ma Rabicano, il quale il vento e ‘l fuoco
concetto avean, sì destro ed agil era,
che nel margine estremo trovò strada;
e sarebbe ito anco su ‘n fil di spada.

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