Footer menù

Testo del canto 28 (XXVIII) del poema Orlando Furioso

30
Grata ebbe la venuta di Iocondo
quanto potesse il re d’amico avere;
che non avea desiderato al mondo
cosa altretanto, che di lui vedere.
Né gli spiace vederselo secondo,
e di bellezza dietro rimanere;
ben che conosca, se non fosse il male,
che gli saria superiore o uguale.

31
Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio,
lo visita ogni giorno, ogni ora n’ode;
fa gran provision che stia con agio,
e d’onorarlo assai si studia e gode.
Langue Iocondo, che ‘l pensier malvagio
c’ha de la ria moglier, sempre lo rode:
né ‘l veder giochi, né musici udire,
dramma del suo dolor può minuire.

32
Le stanze sue, che sono appresso al tetto
l’ultime, inanzi hanno una sala antica.
Quivi solingo (perche ogni diletto,
perch’ogni compagnia prova nimica)
si ritraea, sempre aggiungendo al petto
di più gravi pensier nuova fatica:
e trovò quivi (or chi lo crederia?)
chi lo sanò de la sua piaga ria.

33
In capo de la sala, ove è più scuro
(che non vi s’usa le finestre aprire,)
vede che ‘l palco mal si giunge al muro,
e fa d’aria più chiara un raggio uscire.
Pon l’occhio quindi, e vede quel che duro
a creder fôra a chi l’udisse dire:
non l’ode egli d’altrui, ma se lo vede;
ed anco agli occhi suoi propri non crede.

34
Quindi scopria de la regina tutta
la più secreta stanza e la più bella,
ove persona non verria introdutta,
se per molto fedel non l’avesse ella.
Quindi mirando vide in strana lutta
ch’un nano aviticchiato era con quella:
ed era quel piccin stato sì dotto,
che la regina avea messa di sotto.

35
Attonito Iocondo e stupefatto,
e credendo sognarsi, un pezzo stette;
e quando vide pur che gli era in fatto
e non in sogno, a se stesso credette.
– A uno sgrignuto mostro e contrafatto
dunque (disse) costei si sottomette,
che ‘l maggior re del mondo ha per marito,
più bello e più cortese? oh che appetito! –

36
E de la moglie sua, che così spesso
più d’ogn’altra biasmava, ricordosse,
perché ‘l ragazzo s’avea tolto appresso:
ed or gli parve che escusabil fosse.
Non era colpa sua più che del sesso,
che d’un solo uomo mai non contentosse:
e s’han tutte una macchia d’uno inchiostro,
almen la sua non s’avea tolto un mostro.

37
Il dì seguente, alla medesima ora,
al medesimo loco fa ritorno;
e la regina e il nano vede ancora,
che fanno al re pur il medesmo scorno.
Trova l’altro dì ancor che si lavora,
e l’altro; e al fin non si fa festa giorno:
e la regina (che gli par più strano)
sempre si duol che poco l’ami il nano.

38
Stette fra gli altri un giorno a veder, ch’ella
era turbata e in gran malenconia,
che due volte chiamar per la donzella
il nano fatto avea, n’ancor venìa.
Mandò la terza volta, ed udì quella,
che: – Madonna, egli giuoca (riferia);
e per non stare in perdita d’un soldo,
a voi niega venire il manigoldo. –

39
A sì strano spettacolo Iocondo
raserena la fronte e gli occhi e il viso;
e quale in nome, diventò giocondo
d’effetto ancora, e tornò il pianto in riso.
Allegro torna e grasso e rubicondo,
che sembra un cherubin del paradiso;
che ‘l re, il fratello e tutta la famiglia
di tal mutazion si maraviglia.

Comments are closed.
contatore accessi web