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Testo del canto 28 (XXVIII) del poema Orlando Furioso

20
Non potria fare altri il bisogno mio:
né dubitar, ch’io sarò tosto teco. –
voltò il ronzin di trotto, e disse a Dio;
né de’ famigli suoi volse alcun seco.
Già cominciava, quando passò il rio,
dinanzi al sole a fuggir l’aer cieco.
Smonta in casa, va al letto, e la consorte
quivi ritrova addormentata forte.

21
La cortina levò senza far motto,
e vide quel che men veder credea:
che la sua casta e fedel moglie, sotto
la coltre, in braccio a un giovene giacea.
Riconobbe l’adultero di botto,
per la pratica lunga che n’avea;
ch’era de la famiglia sua un garzone,
allevato da lui, d’umil nazione.

22
S’attonito restasse e malcontento,
meglio è pensarlo e farne fede altrui,
ch’esserne mai per far l’esperimento
che con suo gran dolor ne fe’ costui.
Da lo sdegno assalito, ebbe talento
di trar la spada e uccidergli ambedui:
ma da l’amor che porta, al suo dispetto,
all’ingrata moglier, gli fu interdetto.

23
Né lo lasciò questo ribaldo Amore
(vedi se sì l’avea fatto vasallo)
destarla pur, per non le dar dolore
che fosse da lui colta in sì gran fallo.
Quanto poté più tacito uscì fuore,
scese le scale, e rimontò a cavallo;
e punto egli d’amor, così lo punse,
ch’all’albergo non fu, che ‘l fratel giunse.

24
Cambiato a tutti parve esser nel volto;
vider tutti che ‘l cor non avea lieto.
ma non v’è chi s’apponga già di molto,
e possa penetrar nel suo secreto.
Credeano che da lor si fosse tolto
per gire a Roma, e gito era a Corneto.
Ch’amor sia del mal causa ognun s’avisa;
ma non è già chi dir sappia in che guisa.

25
Estimasi il fratel, che dolor abbia
d’aver la moglie sua sola lasciata;
e pel contrario duolsi egli ed arrabbia
che rimasa era troppo accompagnata.
Con fronte crespa e con gonfiate labbia
sta l’infelice, e sol la terra guata.
Fausto ch’a confortarlo usa ogni prova,
perché non sa la causa, poca giova.

26
Di contrario liquor la piaga gli unge,
e dove tor dovria, gli accresce doglie;
dove dovria saldar, più l’apre e punge:
questo gli fa col ricordar la moglie.
Né posa dì né notte: il sonno lunge
fugge col gusto, e mai non si raccoglie:
e la faccia, che dianzi era sì bella,
si cangia sì, che più non sembra quella.

27
Par che gli occhi se ascondin ne la testa;
cresciuto il naso par nel viso scarno:
de la beltà sì poca gli ne resta,
che ne potrà far paragone indarno.
Col duol venne una febbre sì molesta,
che lo fe’ soggiornar all’Arbia e all’Arno:
e se di bello avea serbata cosa,
tosto restò come al sol colta rosa.

28
Oltre ch’a Fausto incresca del fratello
che veggia a simil termine condutto,
via più gl’incresce che bugiardo a quello
principe, a chi lodollo, parrà in tutto:
mostrar di tutti gli uomini il più bello
gli avea promesso, e mostrerà il più brutto.
Ma pur continuando la sua via,
seco lo trasse al fin dentro a Pavia.

29
Già non vuol che lo vegga il re improviso,
per non mostrarsi di giudicio privo:
ma per lettere inanzi gli dà aviso
che ‘l suo fratel ne viene a pena vivo;
e ch’era stato all’aria del bel viso
un affanno di cor tanto nocivo,
accompagnato da una febbre ria,
che più non parea quel ch’esser solia.

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