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Testo del canto 28 (XXVIII) del poema Orlando Furioso

90
Come l’infermo, che dirotto e stanco
di febbre ardente, va cangiando lato;
o sia su l’uno o sia su l’altro fianco
spera aver, se si volge, miglior stato;
né sul destro riposa né sul manco,
e per tutto ugualmente è travagliato:
così il pagano al male ond’era infermo
mal trova in terra e male in acqua schermo.

91
Non puote in nave aver più pazienza,
e si fa porre in terra Rodomonte.
Lion passa e Vienna, indi Valenza
e vede in Avignone il ricco ponte;
che queste terre ed altre ubidienza,
che son tra il fiume e ‘l celtibero monte,
rendean al re Agramante e al re di Spagna
dal dì che fur signor de la campagna.

92
Verso Acquamorta a man dritta si tenne
con animo in Algier passare in fretta;
e sopra un fiume ad una villa venne
e da Bacco e da Cerere diletta,
che per le spesse ingiurie, che sostenne
dai soldati, a votarsi fu costretta.
Quinci il gran mare, e quindi ne l’apriche
valli vede ondeggiar le bionde spiche.

93
Quivi ritrova una piccola chiesa
di nuovo sopra un monticel murata,
che poi ch’intorno era la guerra accesa,
i sacerdoti vota avean lasciata.
Per stanza fu da Rodomonte presa;
che pel sito, e perch’era sequestrata
dai campi, onde avea in odio udir novella,
gli piacque sì, che mutò Algieri in quella.

94
Mutò d’andare in Africa pensiero,
sì commodo gli parve il luogo e bello.
Famigli e carriaggi e il suo destriero
seco alloggiar fe’ nel medesmo ostello.
Vicino a poche leghe a Mompoliero
e ad alcun altro ricco e buon castello
siede il villaggio allato alla riviera;
sì che d’avervi ogn’agio il modo v’era.

95
Standovi un giorno il Saracin pensoso
(come pur era il più del tempo usato),
vide venir per mezzo un prato erboso,
che d’un piccol sentiero era segnato,
una donzella di viso amoroso
in compagnia d’un monaco barbato;
e si traeano dietro un gran destriero
sotto una soma coperta di nero.

96
Chi la donzella, chi ‘l monaco sia,
chi portin seco, vi debbe esser chiaro.
Conoscere Issabella si dovria,
che ‘l corpo avea del suo Zerbino caro.
Lasciai che vêr Provenza ne venìa
sotto la scorta del vecchio preclaro,
che le avea persuaso tutto il resto
dicare a Dio del suo vivere onesto.

97
Come ch’in viso pallida e smarrita
sia la donzella ed abbia i crini inconti;
e facciano i sospir continua uscita
del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti;
ed altri testimoni d’una vita
misera e grave in lei si veggan pronti;
tanto però di bello anco le avanza,
che con le Grazie Amor vi può aver stanza.

98
Tosto che ‘l Saracin vide la bella
donna apparir, messe il pensiero al fondo,
ch’avea di biasmar sempre e d’odiar quella
schiera gentil che pur adorna il mondo.
E ben gli par dignissima Issabella,
in cui locar debba il suo amor secondo,
e spenger totalmente il primo, a modo
che da l’asse si trae chiodo con chiodo.

99
Incontra se le fece, e col più molle
parlar che seppe, e col miglior sembiante,
di sua condizione domandolle;
ed ella ogni pensier gli spiegò inante;
come era per lasciare il mondo folle,
e farsi amica a Dio con opre sante.
Ride il pagano altier ch’in Dio non crede,
d’ogni legge nimico e d’ogni fede.

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