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Testo del canto 27 (XXVII) del poema Orlando Furioso

125
Il Saracin non avea manco sdegno
contra il suo re, che contra la donzella;
e così di ragion passava il segno,
biasmando lui, come biasmando quella.
Ha disio di veder che sopra il regno
gli cada tanto mal, tanta procella,
ch’in Africa ogni casa si funesti,
né pietra salda sopra pietra resti;

126
e che spinto del regno, in duolo e in lutto
viva Agramante misero e mendico:
e ch’esso sia che poi gli renda il tutto,
e lo riponga nel suo seggio antico,
e de la fede sua produca il frutto;
e gli faccia veder ch’un vero amico
a dritto e a torto esser dovea preposto,
se tutto ‘l mondo se gli fosse opposto.

127
E così quando al re, quando alla donna
volgendo il cor turbato, il Saracino
cavalca a gran giornate, e non assonna,
e poco riposar lascia Frontino.
Il dì seguente o l’altro in su la Sonna
si ritrovò, ch’avea dritto il camino
verso il mar di Provenza, con disegno
di navigare in Africa al suo regno.

128
Di barche e di sottil legni era tutto
fra l’una ripa e l’altra il fiume pieno,
ch’ad uso de l’esercito condutto
da molti lochi vettovaglie avieno;
perché in poter de’ Mori era ridutto,
venendo da Parigi al lito ameno
d’Acquamorta, e voltando invêr la Spagna,
ciò che v’è da man destra di campagna.

129
Le vettovaglie in carra ed in iumenti,
tolte fuor de le navi, erano carche,
e tratte con la scorta de le genti,
ove venir non si potea con barche.
Avean piene le ripe i grassi armenti
quivi condotti da diverse marche;
e i conduttori intorno alla riviera
per vari tetti albergo avean la sera.

130
Il re d’Algier, perché gli sopravenne
quivi la notte e l’aer nero e cieco,
d’un ostier paesan lo ‘nvito tenne,
che lo pregò che rimanesse seco.
Adagiato il destrier, la mensa venne
di vari cibi e di vin corso e greco;
che ‘l Saracin nel resto alla moresca
ma volse far nel bere alla francesca.

131
L’oste con buona mensa e miglior viso
studiò di fare a Rodomonte onore;
che la presenza gli diè certo aviso
ch’era uomo illustre e pien d’alto valore:
ma quel che da se stesso era diviso,
né quella sera avea ben seco il core
(che mal suo grado s’era ricondotto
alla donna già sua), non facea motto.

132
Il buon ostier, che fu dei diligenti
che mai si sien per Francia ricordati,
quando tra le nimiche e strane genti
l’albergo e’ beni suoi s’avea salvati,
per servir, quivi, alcuni suoi parenti,
a tal servigio pronti, avea chiamati;
de’ quai non era alcun di parlar oso,
vedendo il Saracin muto e pensoso.

133
Di pensiero in pensiero andò vagando
da se stesso lontano il pagan molto,
col viso a terra chino, né levando
sì gli occhi mai, ch’alcun guardasse in volto.
Dopo un lungo star cheto, suspirando,
sì come d’un gran sonno allora sciolto,
tutto si scosse, e insieme alzò le ciglia,
e voltò gli occhi all’oste e alla famiglia.

134
Indi roppe il silenzio, e con sembianti
più dolci un poco e viso men turbato,
domandò all’oste e agli altri circostanti
se d’essi alcuno avea mogliere a lato.
Che l’oste e che quegli altri tutti quanti
l’aveano, per risposta gli fu dato.
Domanda lor quel che ciascun si crede
de la sua donna nel servargli fede.

135
Eccetto l’oste, fer tutti risposta,
che si credeano averle e caste e buone.
Disse l’oste: – Ognun pur creda a sua posta;
ch’io so ch’avete falsa opinione.
Il vostro sciocco credere vi costa
ch’io stimi ognun di voi senza ragione;
e così far questo signor deve anco,
se non vi vuol mostrar nero per bianco.

136
Perché, sì come è sola la fenice,
né mai più d’una in tutto il mondo vive,
così né mai più d’uno esser si dice,
che de la moglie i tradimenti schive.
Ognun si crede d’esser quel felice,
d’esser quel sol ch’a questa palma arrive.
Come è possibil che v’arrivi ognuno,
se non ne può nel mondo esser più d’uno?

137
Io fui già ne l’error che siete voi,
che donna casta anco più d’una fusse.
Un gentilomo di Vinegia poi,
che qui mia buona sorte già condusse,
seppe far sì con veri esempi suoi,
che fuor de l’ignoranza mi ridusse.
Gian Francesco Valerio era nomato;
che ‘l nome suo non mi s’è mai scordato.

138
Le fraudi che le mogli e che l’amiche
sogliano usar, sapea tutte per conto:
e sopra ciò moderne istorie e antiche,
e proprie esperienze avea sì in pronto,
che mi mostrò che mai donne pudiche
non si trovaro, o povere o di conto;
e s’una casta più de l’altra parse,
venìa, perché più accorta era a celarse.

139
E fra l’altre (che tante me ne disse,
che non ne posso il terzo ricordarmi),
sì nel capo una istoria mi si scrisse,
che non si scrisse mai più saldo in marmi:
e ben parria a ciascuno che l’udisse,
di queste rie quel ch’a me parve e parmi.
E se, signor, a voi non spiace udire,
a lor confusion ve la vo’ dire. –

140
Rispose il Saracin: – Che puoi tu farmi,
che più al presente mi diletti e piaccia,
che dirmi istoria e qualche esempio darmi
che con l’opinion mia si confaccia?
Perch’io possa udir meglio, e tu narrarmi,
siedemi incontra, ch’io ti vegga in faccia. –
Ma nel canto che segue io v’ho da dire
quel che fe’ l’oste a Rodomonte udire.

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