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Testo del canto 27 (XXVII) del poema Orlando Furioso

100
Di ciò si ride la Discordia pazza,
che pace o triegua ormai più teme poco.
Scorre di qua e di là tutta la piazza,
né può trovar per allegrezza loco.
La Superbia con lei salta e gavazza,
e legne ed esca va aggiungendo al fuoco:
e grida sì, che fin ne l’alto regno
manda a Michel de la vittoria segno.

101
Tremò Parigi e turbidossi Senna
all’alta voce, a quello orribil grido;
rimbombò il suon fin alla selva Ardenna
sì che lasciar tutte le fiere il nido.
Udiron l’Alpi e il monte di Gebenna,
di Blaia e d’Arli e di Roano il lido;
Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno:
si strinsero le madri i figli al seno.

102
Son cinque cavallier c’han fisso il chiodo
d’essere i primi a terminar sua lite,
l’una ne l’altra aviluppata in modo,
che non l’avrebbe Apolline espedite.
Commincia il re Agramante a sciorre il nodo
de le prime tenzon ch’aveva udite,
che per la figlia del re Stordilano
eran tra il re di Scizia e il suo Africano.

103
Il re Agramante andò per porre accordo
di qua e di là più volte a questo e a quello,
e a questo e a quel più volte diè ricordo
da signor giusto e da fedel fratello:
e quando parimente trova sordo
l’un come l’altro, indomito e rubello
di volere esser quel che resti senza
la donna da cui vien lor differenza;

104
s’appiglia al fin, come a miglior partito,
di che amendui si contentar gli amanti,
che de la bella donna sia marito
l’uno de’ duo, quel che vuole essa inanti;
e da quanto per lei sia stabilito,
più non si possa andar dietro né avanti.
All’uno e all’altro piace il compromesso,
sperando ch’esser debbia a favor d’esso.

105
Il re di Sarza, che gran tempo prima
di Mandricardo amava Doralice,
ed ella l’avea posto in su la cima
d’ogni favor ch’a donna casta lice;
che debba in util suo venire estima
la gran sentenza che ‘l può far felice:
né egli avea questa credenza solo,
ma con lui tutto il barbaresco stuolo.

106
Ognun sapea ciò ch’egli avea già fatto
per essa in giostre, in torniamenti, in guerra;
e che stia Mandricardo a questo patto,
dicono tutti che vaneggia ed erra.
Ma quel che più fiate e più di piatto
con lei fu mentre il sol stava sotterra,
e sapea quanto avea di certo in mano,
ridea del popular giudicio vano.

107
Poi lor convenzion ratificaro
in man del re quei duo prochi famosi,
ed indi alla donzella se n’andaro.
Ed ella abbassò gli occhi vergognosi,
e disse che più il Tartaro avea caro:
di che tutti restar maravigliosi;
Rodomonte sì attonito e smarrito,
che di levar non era il viso ardito.

108
Ma poi che l’usata ira cacciò quella
vergogna che gli avea la faccia tinta,
ingiusta e falsa la sentenza appella;
e la spada impugnando, ch’egli ha cinta,
dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch’ella
gli dia perduta questa causa o vinta,
e non l’arbitrio di femina lieve
che sempre inchina a quel che men far deve.

109
Di nuovo Mandricardo era risorto,
dicendo: – Vada pur come ti pare: –
sì che prima che ‘l legno entrasse in porto,
v’era a solcare un gran spazio di mare:
se non che ‘l re Agramante diede torto
a Rodomonte, che non può chiamare
più Mandricardo per quella querela;
e fe’ cadere a quel furor la vela.

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