Footer menù

LA CATTURA di Luigi Pirandello | Testo

Disse:
– Buona notte.
E si ritrasse.
Ma non lo uccisero.
Riconosciuto lo sbaglio, né liberare lo vollero e neppure uccidere. Lo tennero lì.
Ma come, per sempre?
Finché Dio avrebbe voluto. Si rimettevano a Lui: presto o tardi, a seconda che Egli avrebbe voluto fare più o meno lunga la penitenza per lo sbaglio d’averlo catturato.
O che intendevano insomma? che egli morisse da sé, lassù, di morte naturale? Intendevano questo?
Questo, sì.
– Ma che Dio e Dio, allora! Pezzi d’animali, non m’ucciderà mica Dio, m’ucciderete voi così, tenendomi qua, morto di fame, di sete, di freddo, legato come una bestia, in questa grotta, a dormire per terra, a fare per terra qua stesso, come una bestia, i miei bisogni!
A chi diceva? S’erano rimessi a Dio, tutti e tre; e come se parlasse alle pietre.
Intanto, morto di fame, non era vero; dormire per terra, non era vero. Gli avevano portato lassù tre fasci di paglia per fargliene una lettiera, e anche un loro vecchio cappotto d’albagio, perché si riparasse dal freddo. Poi, pane e companatico ogni giorno. Se lo levavano di bocca, lo levavano di bocca alle loro creature e alle loro mogli per darlo a lui. E pane faticato col sudore della fronte, perché uno, a turno, restava lì di guardia, e gli altri due andavano a lavorare. E in quello ziretto là di terracotta c’era acqua da bere, che Dio solo sapeva che pena a trovarla per quelle terre assetate. Quanto poi a far lì per terra i suoi bisogni, poteva uscire dalla grotta, la sera, e farli all’aperto.
– Ma come? davanti a te?
– Fate. Non vi guardo.
Di fronte a quella durezza stupida e irremovibile si sarebbe messo a pestare i piedi come un bambino. Ma che erano, macigni? che erano?
– Riconoscete d’avere sbagliato, sì o no?
Lo riconoscevano.
– Riconoscete di doverlo scontare, questo sbaglio?
Sì, non uccidendolo, aspettando da Dio la sua morte e sforzandosi d’alleviargli per quanto potevano il martirio che gli davano.
– Benissimo! Ma questo è per voi, pezzi d’animali, per il male che voi stessi riconoscete d’aver commesso! Ma io? che c’entro io? che male ho commesso io? Sono sì o no la vittima del vostro sbaglio? E fate scontare anche a me, che non c’entro, il male che voi avete commesso? Devo patire io così, perché voi avete sbagliato? Così ragionate?
Ma no: non ragionavano affatto, loro. Stavano ad ascoltarlo, impassibili, con gli occhi fermi e vani, nelle dure facce cretose. E qua la paglia… e lì il cappotto… e lo ziretto dell’acqua… e il pane col sudore della fronte… e venite a cacare all’aperto.
Non si sacrificavano forse, uno alla volta, a star lì di guardia e a tenergli compagnia? E lo facevano parlare delle stelle e delle cose della città e della campagna, delle buone annate d’altri tempi, quando c’era più religione, e di certe malattie delle piante che prima, quando c’era più religione, non si conoscevano. E gli avevano portato anche un vecchio Barbanera, trovato chi sa dove, perché ingannasse l’ozio, leggendo; lui che aveva la bella fortuna di saper leggere.
– Che diceva, che diceva quello stampato, con tutte quelle lune e quella bilancia e quei pesci e quello scorpione?
Sentendolo parlare, si svegliava in loro un’ingorda curiosità di sapere, piena di meraviglie grugnite e di sbalordimenti bambineschi, a cui egli, a poco a poco, cominciava a prender gusto, come a una cosa viva che nascesse da lui, da tutto ciò che in quei discorsi con loro traeva, come nuovo, anche per sé, dal suo animo ormai da tanti anni addormentato nella pena della sua incresciosa esistenza.

Comments are closed.
contatore accessi web