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LA CATTURA di Luigi Pirandello | Testo

Nero, immobile, accoccolato come un grosso gufo su un greppo cretoso della montagna, uno dei tre, rimasto a guardia, si stagliava preciso nella chiara soffusione dell’albor lunare. Dormiva?
Fece per sporgersi un po’, ma subito lo sforzo gli s’allentò nelle braccia alla voce di colui, che, senza scomporsi, gli diceva:
– Vi sto guardando, don Vicè! Rientrate, o vi sparo.
Non fiatò, come se volesse far nascere in colui il dubbio d’essersi ingannato, rimase lì quatto a spiare. Ma colui ripeté:
– Vi sto guardando.
– Lasciami prendere una boccata d’aria, – gli disse allora. – Qua si soffoca. Mi volete lasciare così? Ho sete.
Colui si scrollò minacciosamente:
– Oh! se volete restare costì, dev’essere a patto di non fiatare. Ho sete anch’io e sono digiuno come voi. Silenzio, o vi faccio rientrare.
Silenzio. E quella luna che rivelava tanta vista di tranquilli piani e di monti… e il sollievo di tutta quell’aria, almeno… e il sospiro lontano di quei lumetti là del suo paese…
Ma dov’erano andati gli altri due? Avevano lasciato a questo terzo l’incarico d’ucciderlo durante la notte? E perché non subito? Che aspettava colui? Aspettava forse nella notte il ritorno degli altri due?
Fu di nuovo tentato di parlare, ma si trattenne. Tanto, se avevano deciso così…
Volse gli occhi al greppo dove colui stava seduto: lo vide ricomposto nel primo atteggiamento. Chi era? Alla voce, poc’anzi, gli era parso uno di Grotte, grosso borgo tra le zolfare. Che fosse Fillicò? Possibile? Buon uomo, tutto d’un pezzo, bestia da lavoro, di poche parole… Se era lui veramente, guaj! Così taciturno e duro, se era riuscito a smuoversi dalla bontà, guaj.
Non poté più reggere; e, con una voce quasi involontaria, vuota d’ogni intenzione, quasi dovesse arrivare a colui come non proferita dalla sua bocca, disse senza domandare:
– Fillicò…
Colui non si mosse.
Il Guarnotta attese un pezzo e ripeté con la stessa voce, come se non fosse lui, con gli occhi intenti a un dito che faceva segni sulla rena:
– Fillicò…
E un brivido, questa volta, gli corse la schiena perché s’immaginò che questa sua ostinazione, di proferire il nome quasi senza volerlo, dovesse costargli, di rimando, una schioppettata.

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