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LA CASSA RIPOSTA di Luigi Pirandello | Testo

Era famoso in paese Gerolamo Piccarone, avvocato e, al tempo dei Borboni, cavaliere di San Gennaro, per la spilorceria e la furbizia. Mal pagatore, poi! Se ne raccontavano sul suo conto da far restare a bocca aperta. Ma questa – pensava il Mèndola, tempestando allegramente di frustate il povero cavalluccio – questa le passava tutte; e vera, ohé, come la stessa verità! La aveva veduta lui, là, la cassa da morto, con gli occhi suoi.
Pregustava le risate che avrebbero accolto il suo racconto bisbigliato con la vocina di Pàmpina, e non avvertiva neppure alla nuvola di polvere e al fragore che il biroccino sollevava per la corsa furiosa del cavalluccio, quand’ecco: – Para! Para! – udì gridare a squarciagola dall’Osteria del Cacciatore, che un tal Dolcemàscolo teneva lì su lo stradone.
Due amici, Bartolo Gaglio e Gaspare Ficarra, cacciatori accaniti, seduti davanti all’osteria sotto la pergola, s’erano messi a gridare a quel modo, credendo che il cavalluccio avesse preso la mano al Mèndola.
– Ma che mano! Correvo…
– Ah, tu corri così? – disse il Gaglio. – Hai qualche altro collo di ricambio a casa?
– Se sapeste, cari miei! – esclamò il Mèndola, smontando ilare e ansimante; e, per cominciare, narrò a que’ due amici la storia della cassa da morto.
Quelli finsero lì per lì di non volerci credere, ma per un modo di dimostrar la loro maraviglia. E allora il Mèndola a giurare che – parola d’onore – la aveva veduta lui, con gli occhi suoi, la cassa da morto, nel bugigattolo di Sacramento.
Gli altri due, a loro volta, presero a narrare di Piccarone altre prodezze già note. Il Mèndola voleva rimontar subito sul biroccino; ma quelli avevano già ordinato a Dolcemàscolo un bicchiere per l’amico assessore, e volevano che questi bevesse.
Dolcemàscolo però era rimasto lì, come un ceppo.
– Dolcemàscolo, ohé! – gli gridò il Gaglio.
L’oste, col berretto di pelo a barca buttato a sghembo su un orecchio, senza giacca, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia pelose, si riscosse sospirando:
– Mi perdonino, – disse. – Quaglio, sto quagliando propriamente, a sentire i loro discorsi. Giusto questa mattina il cane del cavalier Piccarone, Turco, quella brutta bestiaccia che va e viene da sé dalle terre del Cannatello alla villetta quassù… ma sanno che m’ha fatto? Più di venti rocchi di salsiccia m’ha rubati, che tenevo lì su lo sporto, che gli facciano veleno! Fortuna, dico, che ho due testimoni!
Il Mèndola, il Gaglio, il Ficarra scoppiarono a ridere. Il Mèndola disse: – Te li sali, caro mio!
Dolcemàscolo alzò un pugno; schizzò fiamme dagli occhi:
– Ah no, perdio! a me la salsiccia me la pagherà! Me la pagherà, me la pagherà, – ribatté di fronte alle risate incredule e al negare ostinato dei tre avventori. – Lor signori vedranno. Ho trovato la via. So di che pelame è!
E con un gesto furbesco, che gli era abituale, strizzò un occhio e con l’indice teso si tirò giù la palpebra dell’altro.
Che via avesse trovato, non volle dire; disse che aspettava dalla campagna i due contadini che erano stati presenti, la mattina, al furto della salsiccia, e che con essi prima di sera si sarebbe recato alla villetta di Piccarone.
Il Mèndola rimontò sul biroccino, senza bere; Gaglio e Ficarra saldarono il conto e, dopo aver consigliato all’oste di piantare per il suo meglio quell’impresa di farsi pagare, andarono via.
A metter su quella villetta d’un sol piano, sul viale all’uscita del paese, Gerolamo Piccarone, avvocato e cavaliere di San Gennaro al tempo di Re Bomba, s’era industriato per più di vent’anni, ed era fama non gli fosse costata neppure un centesimo.

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