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IN CORPORE VILI di Luigi Pirandello | Testo

Don Ravanà guardò un tantino, perplesso, il medico, se credergli o no; poi con voce irritata, come se si lagnasse d’un’ingiustizia di lui, rispose:
— Ma lo stomaco, dottor Liborio mio, lo stomaco, lo stomaco non mi vuole più star bene, volete intenderlo?
— Eh sfido! — sbuffò Cosimino, voltandosi a guardare da un’altra parte.
Don Ravanà lo fulminò con un’occhiata.
— Sedete, sedete, padre Ravanà, — riprese il dottor Liborio. — Visitiamo la lingua.
Cosimino, con gli occhi bassi, porse una seggiola a don Ravanà. Il dottor Nicastro trasse flemmaticamente gli occhiali dall’astuccio, se li aggiustò sul naso e guardò la lingua.
— Sporca…
— Sporca? — ripeté don Ravanà, cacciandosela subito dentro, come se la voce del dottore gliel’avesse scottata.
Cosimino soffiò, questa volta col naso, un altro sbuffo. La bile gli ribolliva nello stomaco. E teneva le pugna strette e le labbra serrate. Ma, alla fine, proruppe:
— E allora che? quel tartaro… come dicono loro?
— Sì, ematico, figliuolo, — confermò placidamente il dottor Nicastro, porgendo la ricetta a don Ravanà e rimettendosi in tasca occhiali e taccuino. — Si applicata juvant, continuata sanant!
Non c’entrava: ma, tanto, era latino, e tappò la bocca al povero sagrestano.
— Dobbiamo fare al solito? — domandò questi, pallido, accigliato, appena andato via il medico.
Don Ravanà aprì le braccia, senza guardarlo, e disse:
— Non hai sentito?
— Allora, — riprese Cosimino, funebre, — vado a dirlo a mia moglie… Mi dia i soldi per la medicina e se ne vada a casa. Vengo subito.

III
— Ah… — a ogni scalino, — ah… ah…
La Sgriscia intese quel lamento per le scale, e corse ad aprire a don Ravanà.
— Sta male?
— Malissimo! Malissimo! Andate via! andate a chiudervi in cucina! A momenti arriverà Cosimino. Non vi fate vedere, se non vi chiamo io. In cucina! — La Sgriscia andò a rintanarsi mogia mogia. Don Ravanà entrò in camera; si tolse la zimarra, restò con le brache scinte e un panciottone lungo lungo e largo, in maniche di camicia, e si mise a passeggiare e a rimettere amaramente.
La coscienza gli rimordeva. Non c’era dubbio! Dio misericordioso gli concedeva la grazia di metterlo alla prova per mezzo di quel diavolo zoppo travestito da donna, e lui, lui, ingrato non ne sapeva profittare.
— Ah! — esclamava, con intensa esasperazione, fermandosi di tanto in tanto, e scotendo in aria le pugna.
La poca e povera masserizia pareva, in quella camera, quasi smarrita su l’ampio e nudo pavimento di vecchi mattoni di Valenza qua e là rotti e sconnessi. In mezzo alla parete a destra era il letticciuolo pulito, dai trespoli di ferro esposti; a capezzale, un antico crocifisso d’avorio, ingiallito dal tempo. (Gli occhi di don Ravanà non osavano, quel giorno, levarsi a guardarlo.) In un angolo, presso il letto, una vecchia carabina e, appese alle pareti, alcune grosse chiavi: quelle della casa di campagna.
Tin tin tin.
— Ecco Cosimino, poveretto! puntuale…
E andò ad aprirgli lui stesso:
— Mi raccomando, per carità: — premise Cosimino prima d’entrare — non mi faccia vedere quella stortaccia infame! Per causa sua… basta! Ecco qua la medicina. Vada a prendermi un cucchiaio.
— Sì sì… vado, vado, — disse, umile e premuroso, don Ravanà. — Grazie, figliuolo mio. Tu mi ridai la vita! Entra, entra in camera!
Ritornò poco dopo, pallido e tremante, col cucchiaio in mano.
— L’ho punita, sai? Sta a piangere in cucina. Dici bene, figliuolo mio: tutto per causa sua! Sentisti, ieri, l’ordinazione che le diedi al mercato? Ebbene, mentre sudavo, Dio sa come, Dio sa quanto, a mandar giù quella stoppaccia che il medico mi prescrive, me la vedo entrare, sai? tutta maliziosa, nella saletta da pranzo, nell’atto di riparare con una mano un bel piatto di… Che avresti fatto tu ?
— Avrei mangiato i gamberi, — rispose asciutto e serio Cosimino. — Ma poi avrei scontato da me il peccato di gola: non lo avrei fatto scontare a un povero innocente!
Don Ravanà chiuse gli occhi trafitto, e trasse un lungo sospiro.
Parlava bene, sì, Cosimino; era, senza dubbio, una barbarie dare a prendere a lui ogni volta il tartaro ematico ordinato dal dottor Nicastro. Bastava a don Ravanà assistere agli effetti del medicinale nel corpo della vittima, perché ne avesse lo stesso beneficio, per virtù d’esempio. Barbarie, sì; ma sapeva forse Cosimino quante volte il pensiero di lui tratteneva don Ravanà lì lì per cadere in tentazione? Aveva bisogno li lui, come freno, don Ravanà, aveva bisogno del rimorso che gli cagionava il vederlo soffrire lì, sotto i suoi occhi, ingiustamente, per trionfare in seguito della sua carne vile. Cosimino aveva ricevuto da lui tanti e tanti beneficii; ebbene, in ricambio, che gli chiedeva lui? questo solo sacrifizio per la salute, non tanto del corpo, quanto dell’anima. Ogni volta però la vista di quel supplizio a cui la vittima si sottoponeva senza ribellarsi, lo sconvolgeva talmente; rimorso, stizza, avvilimento gli facevano tale impeto nello spirito, che don Ravanà si sarebbe gettato dalla finestra.

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