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IL VENTAGLINO di Luigi Pirandello | Testo

Ma il ragazzo corse alla vasca e vi buttò il tozzo di pane.
– Ai pescetti, eh Ninnì? – esclamò allora Tuta, ridendo. – E sta pôra creatura mia ch’è digiuna… Nun ciò latte, nun ciò casa, nun ciò gnente… Pe’ davero, sape’, signo’… Gnente!
La signora aveva fretta di ritornare a quell’uomo che l’aspettava di là: trasse dalla borsetta due soldi e li diede a Tuta.
– Dio te lo paghi, – le disse dietro, questa. – Su, su, sta’ bono, cocco mio: te ce crompo la bobona, sa’! Ci avemo fatto du’ bajocchi cor pane de la vecchia. Zitto, Nino mio! Mo’ semo ricchi…
Il bimbo si quietò. Ella rimase, coi due soldi stretti in una mano, a guardar la gente che già popolava il giardinetto: ragazzi, balie, bambinaje, soldati…
Era un gridio continuo.
Tra le ragazze che saltavano la corda, e i ragazzi che si rincorrevano, e i bambini strillanti in braccio alle balie che chiacchieravano placidamente tra loro, e le bambinaie che facevano all’amore coi soldati, si aggiravano i venditori di lupini, di ciambelle o d’altre golerie.
Gli occhi di Tuta s’accendevano, talvolta, e le labbra le s’aprivano a uno strano sorriso.
Proprio nessuno voleva credere che ella non sapeva più come fare, dove andare? Stentava a crederlo lei stessa. Ma era proprio così. Era entrata là, in quel giardinetto, per cercarvi un po’ d’ombra; vi si tratteneva da circa un’ora; poteva rimanervi fino a sera; e poi? dove passar la notte, con quella creatura in braccio? e il giorno dopo? e l’altro appresso? Non aveva nessuno, nemmeno là al paese, tranne quell’uomo che non voleva più saperne di lei; e, del resto, come tornarci? – Ma allora? Nessuna via di scampo? Pensò a quella vecchia strega che le aveva tolto gli orecchini e il fagotto. Tornare da lei? Il sangue le montò alla testa. Guardò il suo piccino, che s’era addormentato.
– Eh, Nino, ar fiume tutt’e dua? Così…
Sollevò le braccia, come per buttarlo. E lei, appresso. – Ma che, no! – Rialzò il capo e sorrise, guardando la gente che le passava davanti.
Il sole era tramontato, ma il caldo persisteva, soffocante. Tuta si sbottonò il busto alla gola, rimboccò in dentro le due punte, scoprendo un po’ del petto bianchissimo.
– Caldo?
– Se more!
Le stava davanti un vecchietto con due ventagli di carta infissi nel cappello, altri due in mano, aperti, sgargianti, e una cesta al braccio, piena di tant’altri ventaglini alla rinfusa, rossi, celesti, gialli.
– Du’ bajocchi!
– Vattene! – disse Tuta, dando una spallata. – De che so? de carta?
– E di che lo vuoi? de seta?
– Mbè, perché no? – fece Tuta, guardandolo con un sorriso di sfida; poi schiuse la mano in cui teneva i due soldi, e aggiunse: – Ciò questi du’ bajocchi soli. Pe’ ‘n sordo me lo dai?
Il vecchio scosse il capo, dignitosamente.
– Du’ bajocchi? Manco pe’ fallo!
– Be’, mannaggia a tene! Dammelo. Moro de callo. Er pupo dorme… Tiramo a campà. Dio pruvede.
Gli diede i due soldi, prese il ventaglino e, tirandosi più giù la rimboccatura sul petto, cominciò a farsi vento vento vento lì sul seno quasi scoperto, e a ridere e a guardare, spavalda, con gli occhi lucenti, invitanti, aizzosi, i soldati che passavano.

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