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DONO DELLA VERGINE MARIA di Luigi Pirandello| Testo

– Papà, che hai? – gli domandò la figlia, sorpresa.
– Viene, viene, – rispose, quasi parlando tra sé; e apriva e chiudeva le mani, senza curarsi di nascondere l’agitazione.
– E se viene? – fece Agatina, sorridendo.
– Lo caccio via! – disse allora don Nuccio; e uscì risoluto dalla camera.
Questo voleva Dio, e perciò lo lasciava in vita e gli toglieva la figlia: voleva un atto di ribellione alla tirannia di quel demonio; voleva dargli tempo di far penitenza del suo gran peccato. E mosse incontro a don Bartolo per fermarlo sull’entrata.
Don Bartolo saliva pian piano gli ultimi scalini. Alzò il capo, vide don Nuccio sul pianerottolo a capo di scala e lo salutò al solito:
– Benedicite.
– Piano, fermatevi, – prese a dire concitatamente don Nuccio D’Alagna, quasi senza fiato, parandoglisi davanti, con le braccia protese. – Qua oggi deve entrare il Signore, per mia figlia.
– Ci siamo? – domandò afflitto e premuroso don Bartolo, interpretando l’agitazione del vecchio come cagionata dall’imminente sciagura. – Lasciatemela vedere.
– No, vi dico! – riprese convulso don Nuccio, trattenendolo per un braccio. – In nome di Dio vi dico: non entrate!
Don Bartolo lo guardò, stordito.
– Perché?
– Perché Dio mi comanda così! Andate via! L’anima mia forse è dannata; ma rispettate quella d’una innocente che sta per comparire davanti alla giustizia divina!
– Ah, mi scacci? – disse trasecolato don Bartolo Scimpri, appuntandosi l’indice d’una mano sul petto. – Scacci me? – incalzò, trasfigurandosi nello sdegno, drizzandosi sul busto. – Anche tu dunque, povero verme, come tutta questa mandra di bestie, mi credi un demonio? Rispondi!
Don Nuccio s’era addossato al muro presso la porta: non si reggeva più in piedi, e a ogni parola di don Bartolo pareva diventasse più piccolo.
– Brutto vigliacco ingrato! – seguitò questi allora. – Anche tu ti metti contro di me, codiando la gente che t’ha preso a calci come un cane rognoso? Mordi la mano che t’ha dato il pane? Io, t’ho dannato l’anima? Verme di terra! ti schiaccerei sotto il piede, se non mi facessi schifo e pietà insieme! Guardami negli occhi! guardami! Chi ti darà da sfamarti? chi ti darà da sotterrare la figlia? Scappa, scappa in chiesa, va’ a chiederlo a quella tua Vergine parata come una sgualdrina!
Rimase un pezzo a fissarlo con occhi terribili; poi, come se, in tempo che lo fissava, avesse maturato in sé una feroce vendetta, scoppiò in una risata di scherno; ripeté tre volte, con crescente sprezzo:
– Bestia… bestia… bestia…
E se n’andò.
Don Nuccio cadde sui ginocchi, annichilito. Quanto tempo stette lì, sul pianerottolo, come un sacco vuoto? Chi lo portò in chiesa, davanti alla nicchia della Vergine? Si ritrovò là, come in sogno, prosternato, con la faccia sullo scalino della nicchia; poi, rizzandosi sui ginocchi, un flutto di parole che non gli parvero nemmeno sue gli sgorgò fervido, impetuoso dalle labbra:
– Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco, io stesso, con le mie mani sono venuto a offrirvi l’ultima figlia mia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più! Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’ajuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo! Codeste mani, se io ne sono degno, ora mi soccorreranno, m’ajuteranno a provvedere alla figlia mia. O Vergine santa, i ceri e la bara. Come farò? Farete Voi: provvederete Voi: è vero? è vero?
E a un tratto, nel delirio della preghiera, vide il miracolo. Un riso muto, quasi da pazzo, gli s’allargò smisuratamente nella faccia trasfigurata.
– Sì? – disse, e ammutolì subito dopo, piegandosi indietro, atterrito, a sedere sui talloni, con le braccia conserte al petto.
Sul volto della Vergine, in un baleno, il sorriso degli occhi e delle labbra s’era fatto vivo; le ferveva negli occhi, vivo, il riso delle labbra; e da quelle labbra egli vide muoversi senza suono di voce una parola:
– Tieni.
E la Vergine moveva la mano, da cui pendeva un rosario d’oro e di perle.
– Tieni, – ripetevano le labbra, più visibilmente, poiché egli se ne stava lì come impietrito. Vive, Dio, vive, vive quelle labbra; e con così vivo, vivo e pressante invito il gesto della mano e anche del capo, anche del capo ora, accompagnava l’offerta, che egli si sentì forzato a protendersi, ad allungare una mano tremante verso la mano della Vergine; e già stava per riceverne il rosario, quando dall’ombra dell’altra navata della chiesa un grido rimbombò come un tuono:
– Ah, ladro!
E don Nuccio cadde, come fulminato.

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