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RICHIAMO ALL’OBBLIGO di Luigi Pirandello | Testo

Le pasterelle… Se quell’imbecille di Pulejo si fosse preso gioco di lui? No no, questo no. Egli lo aveva reso capace della gravità del caso. Avrebbe commesso una birbonata senza nome, a ingannarlo. Però… però… però… se il rimedio non fosse efficace come gli aveva assicurato?
La noncuranza, anzi il disprezzo di quell’uomo per la propria moglie, lo faceva ora ribollire come se fosse un’offesa fatta a lui direttamente. Ma sicuro! Come mai quella donna, di cui egli, Paolino Lovico, si contentava, non solo, ma che pareva a lui così degna d’essere amata, così desiderabile, non era poi calcolata per nulla da quel mascalzone? Come parere che lui, Paolino Lovico, si contentava del rifiuto di un altro, d’una donna che per un altro non valeva nulla. Oh che era forse meglio quella signora di Napoli? Più bella della moglie? Ma avrebbe voluto vederla! Metterle accanto, l’una e l’altra, e poi mostrargliele e gridargli sul muso:
– Ah, tu preferisci quell’altra? Ma perché tu sei un bestione senza discernimento e senza gusto! Non perché tua moglie non valga centomila volte di più! Ma guardala! Guardala bene! Come puoi aver cuore di non toccarla? Tu non capisci le finezze… tu non capisci il bello delicato… la soavità della grazia malinconica! Tu sei un animale, un majalone sei, e non puoi capire queste cose; perciò disprezzi. E poi, che vuoi mettere? una femminaccia da trivio con una signora per bene, con una donna onesta?
Ah che nottata fu quella per lui! Non un minuto di requie…
Quando finalmente gli parve che cominciasse ad albeggiare, non poté più stare alle mosse.
La signora Petella aveva il letto diviso da quello del marito, in una camera a parte: avrebbe potuto dunque, anche di notte, appendere il fazzoletto al cordino della finestra, perché egli si fosse levato subito d’ambascia. Doveva figurarselo che lui non avrebbe chiuso occhio durante la notte, e appena spuntata l’alba, sarebbe venuto a vedere.
Così pensava, correndo alla casa del Petella. Lusingato dal desiderio ardentissimo, era così sicuro di trovare quel segno alla finestra, che il non trovarlo fu proprio una morte per lui. Si sentì mancar le gambe. Nulla! nulla! E che aspetto funebre avevano quelle persiane serrate…
Una voglia selvaggia gli fece a un tratto impeto nello spirito: salire, precipitarsi in camera di Petella, strozzarlo sul letto!
E come se veramente fosse salito e avesse commesso il delitto, si sentì d’un subito stremato, sfinito, un sacco vuoto. Cercò di sollevarsi; pensò che forse ancora era presto; che forse egli pretendeva troppo, contando che ella di notte si levasse ed esponesse il segno per farglielo trovare all’alba; che forse non aveva potuto… chi sa!
Via, non c’era ancora da disperare… Avrebbe aspettato. Ma lì, no… Aspettar lì, ogni minuto, un’eternità… Le gambe però… non se le sentiva più, le gambe!
Per fortuna, svoltando il primo vicolo, trovò a pochi passi un caffeuccio aperto, caffeuccio per gli operai che si recavano di buon’ora all’Arsenale lì presso. Vi entrò; si lasciò cadere su la panca di legno.
Non c’era nessuno; non si vedeva neanche il padrone; si sentiva però sfaccendare e parlottare di là, nell’antro bujo, dove forse sì accendevano allora allora i fornelli.
Quando, di lì a poco, un omaccione in maniche di camicia gli si presentò per domandargli che cosa desiderasse, Paolino Lovico gli volse uno sguardo attonito, truce, poi gli disse:
– Un fazzole… cioè, dico… un caffè! Forte, bello forte, mi raccomando!
Gli fu servito subito. Ma sì! Metà se lo buttò addosso, metà lo sbruffò dalla bocca, balzando in piedi. Accidenti! Era bollente.

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