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LEVIAMOCI QUESTO PENSIERO di Luigi Pirandello | Testo

E quante volte non s’era presentato in casa con un fagotto di cinque o sei paja di scarpe, per levarsi per un pezzo il pensiero di comperarle! Era forse l’unico dei contribuenti che pagasse tutte in una volta per l’annata le rate delle tasse, sempre il primo dietro gli sportelli dell’esattoria. Per miracolo, all’alba del giorno segnato per il pagamento della prima rata, non andava a svegliare in casa l’esattore.
Sempre, nel vederlo assaettato così in tutte le faccende, aveva cercato di arrestarlo la povera Ersilia; poi, quando lo vedeva stanco o smanioso, con tanto tempo avanti a sé che non sapeva più come riempire, gli domandava:
– Vedi? Ti sei levato il pensiero. Bebi mio; e ora? e ora?
A questa domanda Bernardo Sopo si metteva a scuotere il capo, sempre con gli occhi chiusi.
Non voleva confessare, non che agli altri, ma nemmeno a se stesso, che nel fondo più recondito di quella oscurità che si sentiva dentro e che né il lume della scienza né quello della fede riuscivano mai a stenebrare neppur d’un primo frigido pallor d’alba, gli palpitava come un’ansia indefinibile, l’ansia di un’attesa ignota, un presentimento vago, che nella vita ci fosse da fare qualche cosa, che non era mai quella delle tante a cui correva dietro per levarsene subito il pensiero. Ma pur troppo, sempre, quando di queste s’era levato il pensiero, restava come sospeso e anelante in un vuoto smanioso. Gli rimaneva quell’ansia, dentro: ma l’attesa, ahimè, era sempre vana, sempre.
E gli anni erano passati e passavano, e Bernardo Sopo, oggi più stanco e più stufo di jeri, ma pur non meno obbediente a tutte le più dure necessità dell’esistenza, anzi tanto più obbediente quanto più stanco e più stufo, non riusciva a comprendere che proprio per questo, proprio per obbedire a quelle necessità, si stesse nella vita.
Possibile che non ci fosse da fare altro? che si fosse venuti su la terra e ci si stesse per questo?
Oh sì, c’erano i sogni dei poeti, le architetture mentali dei filosofi, le scoperte della scienza. Ma a Bernardo Sopo parevano tutti scherzi, questi, scherzi graziosi o scherzi ingegnosi, illusioni. Che concludevano?
S’era convinto, man mano sempre più, che l’uomo su la terra non poteva concluder nulla, che tutte le conclusioni a cui l’uomo credeva d’esser venuto, erano per forza illusorie o arbitrarie.
L’uomo è nella natura, è la natura stessa che pensa, che produce in lui i suoi frutti di pensiero, frutti secondo le stagioni anch’essi, come quelli degli alberi, effimeri forse un po’ meno, ma effimeri per forza. La natura non può concludere, essendo eterna; la natura, nella sua eternità, non conclude mai. E dunque, neppur l’uomo!
Se n’accorgeva bene Bernardo Sopo, quando, nel tempo che sempre gli avanzava, si astraeva dalle volgari contingenze, dalle brighe quotidiane, dai doveri che s’era imposti, dalle abitudini che s’era tracciate, e allargava i confini della consueta visione della vita e si sollevava, spassionato, a contemplare da questa altezza tragica e solenne la natura. S’accorgeva che, per concludere, l’uomo si metteva un paraocchi, che gli facesse vedere per alcun tempo una cosa sola; ma, quando credeva di averla raggiunta, non la trovava più, perché, levandosi quel paraocchi e scoprendoglisi la vista di tutte le cose intorno, addio conclusione!
Che restava dunque a non volersi illudere coscientemente, quasi per uno scherzo? Ahimè, nient’altro che le dure necessità dell’esistenza, da subire o da affrontare subito per levarsene il pensiero al più presto. Ma allora, tanto valeva uccidersi, per levarsi subito il pensiero di tutto. Bravo, sì! uccidersi… Poterlo fare! Bernardo Sopo non poteva: la sua vita era purtroppo una necessità, di cui non si poteva levare il pensiero. Aveva fuori tanti parenti poveri, per cui doveva vivere.
Dopo il trasporto e il seppellimento della moglie, riuscito a spogliarsi di tutto nei pochi giorni che restavano a finire il mese, si ridusse a viver solo, miseramente, in una cameretta d’affitto.
Nessuno dei parenti della moglie volle più sapere di lui. Né egli se ne dolse.
Si sbarazzò subito di moltissime necessità che, anche vivendo la moglie, aveva sempre stimate superflue, ma accettate per lei, subite o affrontate col solito coraggio e la solita rassegnazione. Si restrinse in tutte le spese di vitto, di biancheria, di vestiario, a cui la moglie lo obbligava, per non ridurre di troppo, ora che la moglie non c’era più, gli assegni a quei parenti poveri, che non glie ne restavano affatto grati. Neppur di questo egli si doleva. Stimava il suo sacrifizio come dovere, come necessità, anch’essa incresciosa; e lo lasciava intendere chiaramente nelle sue lettere a quei parenti, che perciò non gli restavano grati. Essi, insomma, come tutto il resto, rappresentavano per lui un pensiero da levarsi, da levarsi al più presto, ogni mese. Anche a costo di mangiare così, una sola volta al giorno, e anche scarsamente. Subito subito, anche quel desinarino, per non pensarci più per tutto il giorno.

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