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LO STORNO E L’ANGELO CENTUNO di Luigi Pirandello| Testo

Le discussioni più calorose avvenivano la sera, dopo cena, e disturbavano donna Gesa, la casiera, la quale prima d’andare a letto si rincantucciava, tutta raffagottata, in un angolo a recitare il rosario di quindici poste. La disturbavano, perché di continuo ella si sentiva tentata a interloquire e rintuzzare, come si scorgeva chiaramente dagli atti che faceva, dalle smusate che dava, da quel dito che di tratto in tratto si passava rapidamente due o tre volte sotto il naso arricciato.
Era una donnetta piccola magra e viva, sempre un po’ irritata. Tra le lunghe labbra sottili la saliva le friggeva. Batteva di continuo le pàlpebre su gli occhietti neri e furbi, da furetto. Giù dalle tempie, per le gote, fino al naso, le si allungava a fior di pelle un’intricata diramazione d’esilissime venicciuole violette.
Una mattina finalmente, dopo colazione, non poté più reggere. Si parlava di donne e di prender moglie e di Suocere e di nuore. Stefano Traìna, che aveva in casa una suocera demonio, s’era scagliato in una invettiva furibonda contro tutte le suocere.
– Ma tante volte, – uscì allora a dire donna Gesa, con le mani levate e le narici frementi, – sono vipere le nuore! Vipere, sì, vipere, vipere! E voce di cattive intanto hanno sempre le suocere.
Stefano Traìna la guardò un tratto come basito; balzò in piedi, corse in camera a prendere il fucile, e scappò via.
Rompemmo tutti in una risata fragorosa. Donna Gesa aggrottò le ciglia, e aspettò che finissimo di ridere; poi si volse verso Monsignore e, tentennando il capo in segno di commiserazione, domandò:
– Era buona la Poponé? Vossignoria lo sa: quella del miracolo dell’Angelo Centuno.
– Raccontate! raccontate! – le gridammo io e Bartolino Gaglio.
Ma Sebastiano Terilli, facendo campana:
– Un momento! Aspettate! Come avete detto? Centuno? C’è l’angelo cento e l’angelo centuno?
– Mi pare! – gli gridò subito in faccia Bartolino Gaglio, temendo che l’interruzione indignasse la vecchia e le facesse passar la voglia di raccontare. – Centuno, centodue, centotré… Che maraviglia? Ci sono gli angeli e Dio assegna il numero a ciascuno.
Celestino Calandra (giovane e santo) sorrise bonariamente e ci spiegò che quel centuno, non era, a dir proprio, un numero progressivo; ma che si trattava invece di un angelo particolare, per cui la gente del paese aveva una special divozione, come quello che aveva in custodia cento anime del purgatorio e le guidava ogni notte a sante imprese.
– Un angelo centurione? – fece il Terilli.
– Dunque… dunque, la Poponé? – domandai io, infastidito, rivolto a donna Gesa.
Questa si sedette e prese a narrare:
«Si chiamava veramente Maragrazia Ajello. Di soprannome, Poponé. Tutti gli Ajello, di padre in figlio, sono intesi così, chi sa perché.
Buona come il pane, sempre con gli occhi a terra, poverina, e con le labbra cucite. Il suo non era suo. S’era spogliata di tutto per il figlio, e stava dove la mettevano, senza dar fastidio neanche all’aria.
La nuora, invece, che si chiamava Maricchia, dispetti sopra dispetti, dalla mattina alla sera. Facciaccia tosta, che non arrossiva di nulla, linguacciuta e cimentosa poi!
Non c’è peggio delle donne cimentose.
Non voleva portare la mantellina come tutte le villane, perché diceva che il padre era della maestranza: portava il manto di lana, a pizzo e con la frangia, e voleva esser chiamata ’gnora e non comare.
La Poponé, zitta, per amore del figliuolo che abbozzava anche lui. Un po’ bestialotto era. Se fosse stato figlio mio! Basta.
Quante ne patì, povera creatura di Dio, la Poponé!

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