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LA REALTA’ DEL SOGNO di Luigi Pirandello | Testo

No, no. La colpa era di lui, del marito che, non volendo credere al suo imbarazzo, la forzava a vincersi, a far violenza alla sua natura, la esponeva a quelle prove, a quelle sfide, dond’era nato il sogno. Come resistere a una tal prova? La aveva voluta lui, il marito. E questo era il castigo. Ne avrebbe goduto, se dalla gioja maligna che provava al pensiero del castigo di lui, avesse potuto staccare l’onta che provava per sé.
E ora?
L’urto avvenne nel pomeriggio del giorno appresso, dopo il duro silenzio mantenuto per tutta la giornata contro ogni insistente domanda del marito, che voleva sapere perché fosse così e che cosa le fosse accaduto.
Avvenne all’annunzio della solita visita di quell’amico prezioso.
Udendo nella saletta d’ingresso la voce di lui, ella sussultò, d’improvviso contraffatta. Un’ira furibonda le guizzò negli occhi. Saltò addosso al marito e, fremente da capo a piedi, gl’intimò di non ricevere quell’uomo.
– Non voglio! Non voglio! Fallo andar via!
Egli restò in prima, piú che stupito, quasi sgomento di quello scatto furioso. Non potendo comprendere la ragione di tanta ripugnanza, quando già credeva che l’amico anzi, per quanto egli aveva detto dopo quella discussione, fosse entrato un po’ nelle grazie di lei, s’irritò fieramente all’assurda, perentoria intimazione.
– Ma tu sei pazza, o vuoi farmi impazzire! Debbo perdere davvero per la tua stupida follia tutti gli amici?
E, divincolandosi da lei, che gli s’era aggrappata addosso, ordinò alla serva di far passare il signore.
Ella balzò a rintanarsi nella camera accanto, lanciandogli, prima di scomparire dietro la portiera, uno sguardo d’odio e di sprezzo.
Cascò su la poltrona, come se le gambe d’un tratto le si fossero stroncate; ma tutto il sangue le frizzava per le vene e tutto l’essere le si rivoltava dentro, in quell’abbandono disperato, udendo attraverso l’uscio chiuso le espressioni di festosa accoglienza del marito a colui, con cui ella la notte avanti, nel sogno, lo aveva tradito. E la voce di quell’uomo… oh Dio… le mani, le mani di quell’uomo…
D’improvviso, mentre si convelleva tutta su la poltrona, strizzandosi con le dita artigliate le braccia e il seno, cacciò un urlo e cadde a terra, in preda a una spaventosa crisi di nervi, a un vero assalto di pazzia.
I due uomini si precipitarono nella camera; restarono un istante atterriti alla vista di lei che si contorceva per terra come una serpe, mugolando. ululando; il marito si provò a sollevarla; l’amico accorse ad aiutarlo. Non l’avesse mai fatto! Sentendosi toccata da quelle mani, il corpo di lei, nell’incoscienza, nell’assoluto dominio dei sensi ancor memori, prese a fremere tutto, d’un fremito voluttuoso; e, sotto gli occhi del marito, s’aggrappò a quell’uomo, chiedendogli smaniosamente, con orribile urgenza, le carezze frenetiche del sogno.
Inorridito, egli la strappò dal petto dell’amico: ella gridò, si dibatté, poi gli si arrovesciò tra le braccia quasi esanime, e fu messa a letto.
I due uomini si guardarono esterrefatti, non sapendo che pensare, che dire.
L’innocenza era così evidente nello sbalordimento doloroso dell’amico che nessun sospetto fu possibile al marito. Lo invitò ad uscire dalla camera: gli disse che dalla mattina la moglie era turbata, in uno stato di strana alterazione nervosa; lo accompagnò fino alla porta, domandandogli scusa se lo licenziava per quel doloroso, improvviso incidente; e ritornò di corsa alla camera di lei.
La ritrovò sul letto, già rinvenuta, aggruppata come una belva, con gli occhi invetrati; tremava in tutte le membra, come per freddo, con scatti violenti e sussultava di tratto in tratto.
Com’egli le si fece sopra, fosco, per domandarle conto di quanto era accaduto, ella lo respinse con ambo le braccia e a denti stretti con voluttà dilaniatrice gli avventò in faccia la confessione del tradimento. Diceva, con un sorriso convulso, malvagio, stringendosi in sé e aprendo le mani:
– Nel sogno!.. Nel sogno!…
E non gli fece grazia d’alcun particolare. Il bacio nell’interno del labbro… la carezza sul seno… Con la perfida certezza ch’egli, pur sentendo come lei che quel tradimento era una realtà e, come tale, irrevocabile e irreparabile, perché consumato e assaporato fino all’ultimo, non poteva imputarglielo a colpa. Il suo corpo – egli poteva batterlo, straziarlo, dilaniarlo – ma eccolo qua, era stato d’un altro, nell’incoscienza del sogno. Non esisteva nel fatto, per quell’altro, il tradimento; ma era stato e rimaneva qua, qua, per lei, nel suo corpo che aveva goduto, una realtà.
Di chi la colpa? E che poteva egli farle?

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