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LA REALTA’ DEL SOGNO di Luigi Pirandello | Testo

– Via, signora, – aveva concluso alcune sere fa quell’amico prezioso, – la donna, per sua natura (salve, s’intende, le eccezioni) è tutta nei sensi. Basta saperla prendere, accendere e dominare. Le troppo pudiche non hanno neppur bisogno d’essere accese: s’accendono, avvampano subito da sè, appena toccate.
Non aveva dubitato un momento, ella, che tutto questo discorso si riferisse a lei; e, appena andato via l’amico, s’era rivoltata ferocemente contro il marito, che durante la lunga discussione non aveva fatto altro che sorridere come uno scimunito e approvare.
– M’ha insultata in tutti i modi per due ore, e tu, tu invece di difendermi, hai sorriso, hai approvato, lasciandogli intendere così, ch’era vero quel che diceva, perché tu, mio marito, eh tu, tu lo potevi sapere…
– Ma che cosa? – aveva esclamato lui, trasecolato. – Tu farnetichi… Io? che tu sii sensuale? Ma che dici? Se quello parlava della donna in genere, che c’entri tu? Ma se avesse per poco sospettato che tu potessi riferire a te il suo discorso, non avrebbe aperto bocca! E poi, scusa, come poteva crederlo, se non ti sei mostrata affatto con lui quella donna pudibonda di cui egli parlava? Non hai mica arrossito; hai difeso con impeto, con fervore la tua opinione. E io ho sorriso perché me ne compiacevo, perché vedevo la prova di quanto ho sempre detto e sostenuto, che cioè quando tu non ci pensi, non sei punto impacciata, punto imbarazzata: e che tutto codesto tuo presunto imbarazzo non è altro che fissazione. Che c’entra il pudore, di cui quello ti parlava?
Non aveva trovato da rispondere a questa giustificazione del marito. S’era chiusa in sì, cupa, a rimuginare perché si fosse sentita così a dentro ferire dal discorso di colui. Non era pudore, no, no e no, non era pudore il suo, quel tal pudore schifoso di cui quegli parlava; era imbarazzo, imbarazzo, imbarazzo; ma certo un maligno come quello poteva scambiare per pudore quell’imbarazzo, e perciò crederla una… una a quel modo, ecco!
Se veramente, però, non s’era mostrata imbarazzata, come il marito asseriva; l’imbarazzo tuttavia lo provava; poteva qualche volta vincerlo, forzarsi a non mostrarlo; ma lo provava. Ora, se il marito negava in lei quest’imbarazzo, voleva dire che non s’accorgeva di nulla. Non si sarebbe perciò neanche accorto se quest’imbarazzo fosse in lei un’altra cosa, cioè quel tal pudore di cui quello aveva parlato.
Possibile? Ah Dio, no! Il solo pensiero le faceva schifo, orrore.
Eppure…
Fu nel sogno la rivelazione.
Cominciò come una sfida, quel sogno, come una prova, a cui quell’uomo odiosissimo la sfidasse, in seguito alla discussione avuta con lei tre sere avanti.
Ella doveva dimostrargli che non avrebbe arrossito di nulla; che egli poteva fare su lei qualunque cosa gli piacesse, ch’ella non si sarebbe né turbata né punto scomposta.
Ed ecco, egli cominciava con fredda audacia la prova. Le passava prima lievemente una mano sul volto. Al tocco di quella mano ella faceva uno sforzo violento su se stessa per nascondere il brivido che le correva per tutta la persona, e non velare lo sguardo e tener fermi e impassibili gli occhi e appena sorridente la bocca. Ed ecco, ora egli le accostava le dita alla bocca; le rovesciava delicatamente il labbro inferiore e annegava lì, nell’interno umidore, un bacio caldo, lungo, d’infinita dolcezza. Ella serrava i denti; s’interiva tutta per dominare il tremito, il fremito del corpo; e allora egli prendeva tranquillamente a denudarle il seno, e… Che c’era di male? No no, nulla, nulla di male. Ma… oh Dio, no… egli s’indugiava perfidamente nella carezza… no, no… troppo… e… Vinta, perduta, dapprima senza concedere, cominciava a cedere, non per forza di lui, no, ma per il languore spasimoso del suo stesso corpo; e alla fine…
Ah! Balzò dal sogno convulsa, disfatta, tremante, piena di ribrezzo e d’orrore.
Guatò il marito, che le dormiva ignaro accanto; e l’onta che sentiva per sé si cangiò subito in abominazione per lui, come se lui fosse cagione dell’ignominia di cui provava ancora il piacere e il raccapriccio: lui, lui per la stupida ostinazione d’accogliere in casa quegli amici.
Ecco: ella lo aveva tradito in sogno; tradito, e non ne aveva rimorso, no, ma rabbia per sé, d’essere stata vinta, e rancore, rancore contro di lui, anche perché in sei anni di matrimonio non aveva saputo mai, mai farle provare quel che aveva or ora provato in sogno, con un altro.
Ah, tutta nei sensi… Dunque, era vero?

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