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SOFFIO di Luigi Pirandello | Testo

Si venne difatti a sapere. Tutti i giornali, la mattina dopo, ne furono pieni. La città si svegliò sotto l’incubo tremendo d’una epidemia senza scampo scoppiata fulmineamente. Novecento sedici morti in una sola notte. Nel cimitero non si sapeva come riparare a seppellirli; non si sapeva come riparare a portarli via tutti dalle case. Sintomi comuni accertati dai medici in tutti i colpiti, dapprima l’avvertimento d’un malessere indefinito, poi la soffocazione. Dall’autopsia dei cadaveri, nessun indizio del male che aveva cagionato la morte quasi istantanea.
Restai, leggendo quei giornali, in preda a uno sgomento ch’era come lo sconcerto d’una orribile ubriachezza, confusione d’aspetti indistinti che s’avventavano, si sbattevano aggirati nel volume d’una nuvola che m’avvolgeva vorticosa; e un’ansia inesplicabile, un fremito pungente che urtava, urgeva contro qualcosa dentro che mi restava nero e immobile e a cui la mia coscienza, attratta ma tutta irta e in procinto di sbandarsi da ogni parte, si rifiutava d’accostarsi, toccava e subito se ne distaccava. Non so propriamente che cosa volessi esprimere, strizzandomi con una mano convulsa la fronte e ripetendo: «È un’impressione! è un’impressione!». Fatto si è che la parola, pur così vuota, m’ajutò a squarciare d’un lampo quella nuvola, e mi sentii per un momento sollevato, liberato. «Dev’esser tutta pazzia», pensai, «che m’è entrata nel capo per essermi trovato jeri a far quel gesto ridicolo e puerile prima che la calamità si dichiarasse di quest’epidemia piombata così di colpo sulla città. Sogliono spesso nascere da siffatte coincidenze le piú sciocche superstizioni e le fissazioni piú incredibili. Del resto, per liberarmene non ho che da aspettar qualche giorno senza piú ripetere lo scherzo di questo gesto. Se è epidemia, come certo dov’essere questa spaventosa mortalità deve seguitare e non cessar così di colpo come è cominciata.»
Bene; aspettai tre giorni, cinque giorni, una settimana, due settimane: nessun nuovo caso fu segnalato dai giornali: l’epidemia era di colpo cessata.
Eh, ma pazzo no, domando scusa, nella ossessione di un simile dubbio, ch’io potessi esser pazzo, non potevo restare; pazzo, d’una pazzia che, a dichiararla, avrebbe fatto scoppiare chiunque dalle risa, no, via. Da una tale ossessione bisognava pur che mi levassi al piú presto. E come? Rimettendomi a soffiar sulle dita? Si trattava di vite umane. Bisognava che fossi anche convinto che il mio atto era per se stesso innocente, da bambino, e che se gli altri ne morivano, non era colpa mia. Avrei sempre potuto credere a una ripresa della epidemia, dopo quella pausa di quindici giorni, poiché fino all’ultimo dovevo ritenere incredibile che la morte potesse dipendere da me. Ma intanto la tentazione diabolica d’acquistare una simile certezza, ben piú terribile del dubbio che potessi esser pazzo, la certezza di sapermi dotato d’un così inaudito potere: come resistere a una tale tentazione?
Dovevo concedermi di fare ancora una prova, ma timida e cautelosa; una prova quanto piú fosse possibile «giusta». La morte, si sa, non è giusta. Quella che dipendeva da me (se dipendeva da me) doveva esser giusta.
Conoscevo una cara bambina che, mentre giocava con le sue bambole, uscendo da un sogno per entrare in un altro, tutti diversi l’uno dall’altro, questo che la portava a un villaggio sul monte e quello che la portava a una spiaggia di mare, e poi dal mare a un paese lontano lontano, dov’era altra gente che parlava una lingua tutt’altra dalla sua, alla fine da tutti quei sogni s’era svegliata ancora bambina a vent’anni, ma proprio bambina bambina, con uno accanto che, appena uscito dall’ultimo di quei sogni, si era subito trasformato nella realtà di un omaccio straniero, in uno stangone alto due metri, stupido, infingardo e vizioso; e tra le braccia, invece della bambola, s’era trovato un povero esserino, che non si poteva dire un mostriciattolo perché aveva pure un visino d’angelo malato, quando la continua convulsione, a cui tutto il corpicciuolo era in preda, non gli deformava anche quello, orribilmente. «Morbo di…», non so, il nome di un medico straniero, inglese o americano, Pot mi pare seppur si scrive così (cara gloria, dare a un morbo il proprio nome!), «morbo di Pot» in una delle sue forme piú gravi e senza rimedio. Quel bimbo non avrebbe mai parlato, mai camminato, né mai si sarebbe servito di quelle sue manine scarnite e scontorte dalla violenza degli spasimi atroci. Avrebbe potuto tirare così ancora per anni. Ne aveva tre? Forse fino a dieci. Eppure, non pareva vero, tra le braccia di qualcuno che avesse imparato a reggerlo bene come quello stangone del padre, appena poteva, in qualche momento di tregua, il povero bimbo sorrideva d’un sorriso così beato in quel suo visino d’angelo, che subito, cessato l’orrore per quei contorcimenti, la più tenera compassione faceva sgorgare le lagrime dagli occhi di quanti stavano a guardarlo. Pareva impossibile che solo i medici non capissero che cosa chiedeva il bimbo con quel sorriso. Ma forse lo capivano, perché avevano già dichiarato che certamente era uno del casi davanti a cui non ci sarebbe stato da esitare, se la legge lo avesse permesso e ci fosse stato il consenso dei parenti. La legge è legge, perché crudele può essere, come spesso è, ma pietosa no, se non a costo di finire d’esser legge.

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