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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

Tanta alterezza, tanta prudenza, dopo l’aspettazione angosciosa d’uno scandalo, turbarono, commossero profondamente Ercole. E d’allora in poi, il rimorso cominciò a tarmare più assiduamente la sua passione per Elena, d’allora in poi non trovò più quel calor di parole e di baci, con cui quasi voleva nell’amante far rivivere l’imagine morta dell’antica fidanzata vivace e capricciosa. Elena gli apparve allora quasi fuori dai veli del passato; quella che veramente s’era ridotta, e come ella stessa neanche più si curava di non apparire. Sì, l’amore era già spento; l’illusione caduta; ma dal bruco morto era pur nata la farfalla: Lietta. In quelle tre stanzette ormai, per Ercole, non crescevan che spine; sì, ma su queste spine aliava la farfalla, e solamente per essa Ercole avrebbe ancora voluto che vi sorgesse pure, di tanto in tanto, qualche fiore.
– Che hai, figliuola mia? Chi t’ha fatto piangere? – domandò Ercole una domenica a Lietta, avendola trovata con le lacrime a gli occhi.
– Mamma piange… – rispose Lietta singhiozzando e lasciandosi asciugar gli occhi dal padre, che se l’era tolta su le ginocchia.
– Piange? Perché?
– Ho da parlarti – disse Elena, con gli occhi rossi.
Ercole rimise a terra la bambina, e seguì l’amante nell’attigua stanza.
– Ah quel che m’è toccato di subire stamane! – cominciò Elena, passandosi una mano sugli occhi e su la fronte. – Al Collegio s’è scoperta senza dubbio la nostra relazione…
– Come mai?
– Stamane, nel corridoio ove ci ricevono, noi madri, nessuna delle conoscenti volle rispondere al mio saluto, anzi… una anzi, la Britti, col suo bambino, si scostò da me e dai miei figliuoli, appena noi sedemmo al nostro solito posto… Tu intendi?… I miei ragazzi lo notarono… notarono il mio smarrimento… il tremore di rabbia… Ma che sarà accaduto? Poi, all’uscita, il padre rettore ha fatto le viste di non accorgersi di me…
– Non ti sei ingannata? – domandò Ercole, tanto per confortarla col dubbio.
– No, no… anche i miei ragazzi l’hanno notato… Ora io tremo per loro, capisci? Che m’importa di me? Soffro e dico: doveva esser così!… Ma se quei due poveri innocenti ne dovessero pianger loro le conseguenze? Dio, ne impazzirei! Tutt’oggi ho pensato: Che avverrà, quand’essi usciranno dal collegio? Bisogna pure che sappiano, che vedano un giorno o l’altro… E io come farò? Lietta sarà cresciuta anche lei, allora… e penserà… Tu non ci hai riflettuto? No, e lo capisco: per te esiste Lietta soltanto… Che t’importa di quei due? Ma il mio cuore è diviso… E quei due mi sembrano più disgraziati di questa…
Ancora entrambi ignoravano il peggio; ignoravano che la mattina stessa di quel giorno un giornaletto ricattatore aveva schizzato il suo veleno su l’Ospizio degli orfanelli, parlandone come d’una comodità inestimabile per le giovani vedove in cerca di consolazione, e ne aveva portato ad esempio una, i connotati e i particolari della quale corrispondevano perfettamente alla figura e alla vita intima di Elena, aggiungendo che sarebbe stato utilissimo costruire (sempre per la comodità delle suddette madri vedove) un dipartimento annesso all’Ospizio, ove ricoverare i bastardelli.
La domenica seguente, poi, Elena, terminata la visita, fu invitata a salir nel gabinetto del vecchio padre rettore. Ne uscì dopo circa mezz’ora col volto in fiamme dalla vergogna e dall’ira, esasperata, avvilita, vacillante.
– Io sono un vecchio e un sacerdote, – le aveva detto il rettore – mi consideri dunque come il suo confessore, e mi permetta di darle qualche consiglio come ad una penitente.

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