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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

Elena provò nell’angoscia uno strano sollievo, allor che apprese dalle labbra tremanti di Ercole, che la moglie di lui aveva scoperto la loro relazione. Le parve d’uscire da un nascondiglio. Adesso l’aspetto e l’umor dell’amante s’accordavano meglio con i suoi sentimenti: Ercole non rideva più come prima, dimentico d’ogni cosa, carezzando la sua bambina.
Ogni domenica ella si recava, modestamente vestita, a visitare i due orfani all’ospizio, e portava loro qualche regaluccio comprato, non con i denari dell’amante, ma con quelli dell’esigua pensioncina lasciatale dal marito e messa da lei scrupolosamente da parte.
In casa faceva tutto da sé: le sue belle mani s’eran pur troppo abituate da un pezzo ai più aspri e ruvidi servizi. Di quando in quando veniva a visitarla, a scroccarle qualche soldo la vecchia zia sorda ed epilettica: la spia veniva di nascosto da Ercole; intendeva sbarcarsela un po’ con la moglie, un po’ con l’amante, che era pur sua nipote. Da qui e da lì portava via sempre qualcosa, e quando non poteva altro, alloccava qualche dolciume alla piccola Lietta, senza farsi scorgere dalla madre.
– Vieni, siedi qui… – diceva a Elena. – Ti pettino. Dov’è il pettine:
Andava, cacciava il naso in tutti i cassetti della stanza, frugando con le mani secche tremanti dall’istinto predace, si dava una guardatina allo specchio, e ritornava col pettine.
– Siedi qui… Brava!… Oh capelli da regina!…
– Senza smorfie, zia!
– Come dici? Smorfie? Tu non te li vedi… Sono i capelli di tua madre, buon’anima! Ah se non fossi rimasta così presto sola, chi sa che matrimonio avresti fatto!… Guarda che fiume d’oro… guarda!… Quella lì, tre peli in testa, uno, due e tre…
– Zitta, zitta, zia!
– Una zoticona, lasciami dire! Ha danari… dicono! dev’esser vero, altrimenti, sì! perché se l’è presa Ercole? Ma che se ne fa di quei danari? Veste come una poveretta… Dio, Dio! Una vesticciola… Io mi vergognerei, nella mia miseria, di portarla addosso. ..
Ercole veniva da Elena ogni giorno, su l’imbrunire; più che per lei, ormai, veniva per la bambina ella lo sentiva, lo vedeva, e non ne provava alcun rammarico; comprendeva che lui era in condizione peggiore della sua: senza casa, non potendo convivere con la figlia e con lei.
Parlavano qualche volta della moglie, velatamente. Ma il contegno fermo e sprezzante di Livia non si prestava a lunghi discorsi. Ercole non l’aveva veduta piangere, né anche una volta.
– Che fa? – domandava Elena.
– Nulla… io non so!… – rispondeva egli, infoscandosi in volto.
Livia si recava di tanto in tanto, per qualche giorno, dal padre. La prima volta ch’egli la vide partire, circa sei mesi dopo la violenta spiegazione, credette ch’ella fosse andata dal padre per aiuto; e attese tre giorni in orribile sospensione d’animo qualche disgustosa scena col suocero. La sera del terzo giorno ricevette invece da questo un lieto, cordialissimo invito a raggiunger la moglie, per stare insieme qualche settimana in campagna. A piè della lettera del suocero grossolanamente vergata, Ercole trovò un rigo di sottilissima scrittura, senza firma: «Il babbo non sospetta di nulla. Rispondi che non puoi venire».

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