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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

Così, in perfettissima calma e nell’attesa continua e vana, erano già trascorsi otto anni dal loro matrimonio, quando era pervenuta a Ercole, da Firenze, una lettera lacrimevole della cugina Elena Mari. Ella scriveva che le era morto il marito e che era rimasta quasi in miseria: chiedeva aiuto per i suoi due figliuoli che avrebbe voluto collocare in un ospizio d’orfani, a Roma, e in coda alla lunga lettera, piena di particolari su la sua vita coniugale infelice e sul marito defunto, esprimeva profondo, amarissimo rammarico per la sua passata sventatezza e, insieme, la fiducia d’aver già ottenuto perdono da Ercole, soggiungendo infine: «Il danno, come vedi, è stato tutto mio!».
Ercole aveva letto insieme con Livia quella lettera inaspettata: per la moglie non aveva segreti. Nell’aprir quel misero foglietto, neanche listato a nero, in testa al quale era scritto semplicemente il suo nome seguito da un punto ammirativo, s’era turbato, e aveva guardato la moglie che gli stava accanto, in piedi.
– Chi può scrivermi così?
– È semplicissimo: guarda la firma! – gli aveva risposto, con apparente calma, Livia, chinandosi per leggere insieme.
– Elena…
– Non ti ricordi più chi sia? Tua cugina…
– Possibile?…
Il domani Ercole, per espressa volontà della moglie, aveva spedito quattrocento lire alla vedova Mari, senza un rigo d’accompagnamento.
Circa tre mesi dopo, s’era rimesso d’improvviso, febbrilmente, a scrivere, a scrivere, a pensare all’arte, come se l’estro gli si fosse a un tratto riacceso, dopo sì lungo letargo. S’era impegnato con un’importante rivista di letteratura e di scienza per un nuovo romanzo, che andava scrivendo affrettatamente, man mano che si pubblicava: due o tre capitoli, un foglio di stampa della grande rivista, ogni quindici giorni – enorme fatica, specie per lui che aveva perduto da tanto tempo l’abitudine dello scrivere! E s’era impegnato nello stesso tempo per altri lavori con altri giornali. Era avvenuta, insomma, quasi un’esplosione di tutte le sue energie, come per nuovo flusso vitale.
La moglie dapprima n’era rimasta meravigliata, non sapendo come spiegarsi questo repentino cambiamento. Lo vedeva fino a tarda notte lavorare nello scrittoio; e poi, di giorno, imbrigato sempre, assorto, finanche a tavola… Certe notti, venuto a letto da un’ora appena, tornava ad alzarsi.
– Che fai? – gli domandava ella. – Tu impazzisci.
– Eh sì, davvero – le rispondeva egli, tentando di sorridere. – Ma se non riesco a pigliar sonno!…
– Scriverai domani…
– No, è inutile che me ne stia qui a menar smanie… Tu non puoi capir che cosa sia… Sono stato tanto tempo senza concluder nulla… Adesso l’estro m’è tornato…

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