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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

Gli amici avevano attribuito la cagione di questo mutamento alla moglie, che fu per ciò da loro soprannominata l’Orsa. Nessuno la aveva mai avvicinata, nessuno aveva mai parlato con lei. Ma parlava ella forse? Pareva, a guardarle specialmente gli occhi, che ella non dovesse aprir mai le labbra, se non per profferir qualche sì o qualche no incerto e sospettoso. Pareva covasse sempre dei lugubri pensieri; ma quali e perché?
Livia aveva accolto senz’ombra d’entusiasmo la proposta fattale dal padre di sposare Ercole Orgera, che ella non conosceva né di nome né di figura. Il padre le aveva detto che egli era un letterato, autore di romanzi, un uomo colto, insomma, e bene in vista.
«E perché viene a sposar me?», s’era domandata Livia, che si riconosceva non bella e quasi del tutto incolta. Per la dote? Non certo per la ingenuità o pe ’l naturale ingegno: egli forse non gliene aveva punto sospettato… Ma tanto meglio! Voleva dire che ella gliel’avrebbe dimostrato a tempo e a luogo. E aveva detto di sì.
Gli sponsali erano stati celebrati senza veruna pompa, e, dopo un breve viaggio di nozze, la nuova coppia aveva preso stanza in Roma.
A poco a poco la confidenza reciproca s’era attizzata al fuoco amoroso. Livia aveva dovuto convenir con se stessa, che il marito, sì, a trattarlo intimamente, non era come ella lo aveva dapprima immaginato: non le incuteva punto soggezione, dei suoi talenti non faceva mai sfoggio, e aveva innegabilmente dei modi squisitissimi di pensare e di sentire, però forse più riflessi che spontanei. Di quel che pensasse e sentisse per lui, Livia, all’incontro, non gli aveva mai lasciato intraveder nulla. Era così, più che chiusa, cupa di natura, ed avendo subito riconosciuto in sé una forza di volontà di gran lunga superiore a quella del marito, l’aveva messa in atto fin da principio, specialmente nel modo di comportarsi innanzi a lui. Osservava tutto, e taceva, senza mostrarsi mai sospettosa o diffidente; non le sfuggiva una sola parola di lui; lo cingeva insomma, senza tuttavia parere e senza dargli il menomo disagio, di costante vigile e silenzioso assedio.
Fin dai primi mesi del matrimonio, Ercole s’era lasciato sfuggire la confidenza sul suo passato amore. Livia non aveva domandato altre spiegazioni e notizie su quel fatto e intorno a quella donna, che sapeva lontana, a Firenze. Il modo con cui Ercole le aveva narrato quella storia non aveva fatto nascere in lei alcuna curiosità; né ella, quand’anche, gliene avrebbe dimostrata. Nessun desiderio del pari aveva mai manifestato d’apprendere e conoscer l’artista nel marito. Ercole non s’era più rimesso all’arte. Perché dunque occuparsene? Ella, in fondo, non arrivava a comprendere come si potesse pigliar sul serio la professione di scrivere dei libri.
Con l’andar del tempo, anche Ercole pareva si fosse messo a pensarla così. S’era stretto in familiarità col suocero campagnuolo, e s’era dato alla caccia e a badare a la villa recata in dote dalla moglie, ai cavalli e finanche a l’allevamento del bestiame.
– Attenderei tanto più volentieri ad allevare un bambino! – aveva egli detto più volte alla moglie scherzosamente. – Ma tu non vuoi darmene.. .
Anche Livia allora avrebbe desiderato tanto un figliuolo, che fosse venuto a smuovere un po’ l’acqueità stagnante della loro vita, agitata solo di tanto in tanto, così, fuor fuori, da qualche proposito eccentrico del marito; un lungo viaggio all’estero! andare a stabilirsi in altra città!… Propositi vani, ranocchi che si tuffavano in uno stagno, riuscendo solo a promuover dei zeri placidamente perdentisi alle rive.

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