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IL NIDO di Luigi Pirandello |Testo

No, ella non poteva più vivere senza di lui; non poteva più durarla in quello stato; non era ammissibile per lei che egli, appena guarito, ritornasse a quell’altra, ed ella a la stessa vita di prima. No, no! E intanto, come impedirlo? Non aveva egli altrove la sua famiglia? Certe notti non aveva egli mormorato, nell’incoscienza del sonno, il nome di Elena? – Ah, Elena! – Tre volte lo aveva udito sospirar così, piano, come nel passaggio da un sonno all’altro, con la solita espressione di stanchezza infinita. Come strapparlo a colei? Ah, non era più possibile! Presso quella donna era la figlia! Come strappare al padre la sua figliuola?
Da un pezzo a Livia era balenata un’idea di vendetta, che poi nell’abbattimento e nello sconforto aveva riconosciuta disperata, inattuabile. Convinta che il marito non sarebbe mai tornato a lei, finché la figlia fosse rimasta presso l’amante, aveva immaginato di costringerlo a portar via da colei la bambina, e condurla con sé nella sua casa. Ecco, sì, questo sarebbe stato l’unico mezzo per riacquistarlo. Ma era possibile che la madre cedesse la figlia, rassegnata a non vederla mai più? Non che sperarlo, era follia soltanto immaginarlo. Nella sua casa, è vero, accanto al padre, la bambina avrebbe avuto ben altro avvenire: Ercole le avrebbe potuto dare il suo nome; ella, Livia, le avrebbe dato la sua dote; sì, sì, e le avrebbe anche voluto bene più che se fosse stata figlia sua; tanto bene da farle dimenticare la vera madre… Sì, ma la madre poteva lasciarsi lusingare da quell’avvenire? cedere a un’altra donna, alla moglie dell’amante, la figliuola?
Queste amare riflessioni rivolgeva ella accanto al letto dell’infermo, quando un giorno venne misteriosamente a visitarla la vecchia zia di Ercole. La mandava Elena smaniosa di aver notizie.
– Come va, come va, povero Ercole?
– Sempre a un modo… Un tantino meglio, forse.
– Ah sì? Bravo! Mi dai una grande consolazione… Malattia lunga, però, m’immagino, eh? Ma niente pericolo, Dio ne scampi, è vero?
– No no; almeno i medici lo assicurano. Ha bisogno assoluto di riposo.
La vecchia storse la bocca sdentata e dimenò la testa.
– Riposo… eh sì! È una parola! I medici prescrivono sempre giusto quel che non si può avere: ai poverelli, brodi consumati; a tuo marito riposo! E, dico, scommetto che non sai perché tuo marito s’è ammalato… Ha avuto una scena con quell’altra… Sì! Lo scandalo… Non sai nulla?
– Nulla – disse Livia. – Che scandalo?
– Del giornale… Non sai? Hanno stampato un articolo sulle magagne dell’Ospizio degli orfani, ti dico, coi fiocchi!, dove si dicevano vituperii di tutte le madri, e di Elena poi…
– Ed Ercole? – domandò Livia tra sgomenta e ansiosa.
– E che volevi che facesse? Quella lì, inviperita, s’è sfogata con lui, naturalmente. Ho saputo tutto dalla serva… Gli ha fatto una scenata. Ercole ha dovuto inghiottire amaro, e zitto! Si sa, c’è di mezzo la piccina… Ma tu confortati intanto, e senti quello che ti dice la tua vecchia zia: non è storia che dura! Già metti che lei pretendeva, per non dar luogo ad altre ciarle, che egli non le andasse più in casa, come dire, non vedesse più la figlia. Perché, lei, capisci? ha quegli altri due poveri innocenti all’Ospizio… lo sai, e ha paura dopo questo fatto non glieli caccino via, seguitando le chiacchiere. Ercole, dal dispiacere, dalla bile, ci s’è ammalato.

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