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NOTIZIE DEL MONDO di Luigi Pirandello | Testo

«E la lasci piangere, signor mio, finché ne ha la buona volontà!», m’è venuto quasi di gridargli.
Ora, io non nego che possa esser vera la notizia del signor Postella; ma perché ha voluto darmela? Ha forse avuto il sospetto ch’io non volessi credere? Dunque, può non esser vero? Oh Dio, come sono spesso imbecilli le persone scaltre.
– Non posso farle coraggio, cara Giulia, perché sono più sconsolato di lei, – ho detto a tua moglie. – Pianga, pianga pure, giacché Lei ha codesto benedetto dono delle lagrime: Momo ne merita molte.
Ho sentito a questo punto un sospirone di tua cognata, che se ne stava con le mani intrecciate sul ventre, e mi sono interrotto per guardarla. Ella ha guardato invece, con que’ suoi occhi bovini, il marito, come per domandargli se aveva fatto male a sospirare e se stava in decretis.
– Perla d’uomo! – ha esclamato il signor Postella rispondendo allo sguardo della moglie e scrollando il capo. – Perla d’uomo!
Di’ grazie al signor Postella, Momino.
Non ho potuto dirglielo io, perché, non so, quella sua faccia, quei suoi modi mi mettono un tal prurito nelle mani, che, se dovessi fargli una carezza sento che lo schiaffeggerei voluttuosamente.
Egli se ne accorge e mi sorride.
Bella occupazione intanto, piangere e poter dire: «Non ho altro da fare!». Ho pensato questo guardando tua moglie, mentre io, impedito dai sospiri e dalle esclamazioni dei coniugi Postella, non potevo più parlare di te e non sapevo che dire e rimanevo lì impacciato e stizzito. Fui sul punto d’alzarmi e andarmene senza salutar nessuno; ma poi m’è sovvenuto lo scopo della visita, e ho detto senz’altro:
– Sono venuto, Giulia, per dirle che la sua lettera di jeri mi ha recato molto dispiacere. Questa mattina suo cognato, in casa mia, mi ha spiegato il malinteso sorto a cagione d’una mia frase…
Il signor Postella, che aveva drizzato le orecchie, qui m’interruppe, battendo le palpebre.
– Prego, prego…
– O parla lei, o parlo io! – gli ho intimato, brusco.
– Oh, ma… Parli lei…
– Dunque mi lasci dire. Prima di tutto, lei, cara Giulia, non doveva ringraziarmi affatto, di nulla.
– Come no? – fece a questo punto tua moglie, senza levar gli occhi dal fazzoletto.
– Proprio così, – le ho risposto io. – Son conti, Giulia, che ci faremo poi insieme Momo e io, nel mondo di là. Lei sa che, tra me e lui, non ci fu mai né tuo né mio. Non vedo la ragione d’un cambiamento, adesso. Momo per me non è morto. Lasciamo questo discorso. Se poi a Lei fa dispiacere ch’io venga qualche volta a pregarla di valersi di me in tutte le sue opportunità, me lo dica francamente, che io…
– Ma che dice mai, signor Tommaso! – esclamò tua moglie, interrompendomi. – Questa qui, lei lo sa bene, è casa sua; non è casa mia.
Mi venne fatto, non so perché, di guardare il signor Postella. Egli aprì subito le braccia mostrandomi le palme delle mani e fece col capo una mossettina e sorrise come per confermare le parole di tua moglie.
Faccia tosta! Mi sarei alzato; l’avrei preso per il bavero della giacca; gli avrei detto: «È casa mia? ne conviene? mi faccia dunque il piacere di levarmisi dai piedi!».
La moglie se ne stava quatta, musando, come una botta.
– È la casa di Momo, – ho risposto a Giulia infine, sillabando. – La casa di suo marito, non è mia.
– Ma se tutto qua appartiene a lei…
– Scusi, tutta quanta la casa non l’ha forse lasciata a lei, suo marito?
– Momo, – mi rispose tua moglie – non poteva lasciarmi ciò che non gli apparteneva.
– Come no? – ho esclamato io. – Ma che va pensare lei adesso?
– Vuole che non ci pensi? Ma si metta un po’ al posto mio… Vede come sono rimasta?
– Scusi, se lei non vuole tener conto di me, della casa che è sua, dell’ottima compagnia che potranno tenerle tanto sua sorella quanto il suo signor cognato…

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