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UN CAVALLO NELLA LUNA di Luigi Pirandello | Testo

Nino, fosse per il sangue rimescolato, fosse per il dispetto acerrimo, o fosse per la corsa e per il sudore, si sentì all’improvviso abbrezzare, stolzò e si mise a battere i denti, con un tremore strano di tutto il corpo; si tirò su istintivamente il bavero della giacca e, con le mani in tasca, cupo, raffagottato, disperato, andò a sedere discosto, su una pietra.
Il sole era già tramontato. Si udivano da lontano le sonagliere di qualche carro che passava laggiù per lo stradone.
Perché batteva i denti così? Eppure la fronte gli scottava e il sangue gli frizzava per le vene e le orecchie gli rombavano. Gli pareva che sonassero tante campane lontane. Tutta quell’ansia, quello spasimo d’attesa, la freddezza capricciosa di lei, quell’ultima corsa, e quel cavallo ora, quel maledetto cavallo… oh Dio, era un sogno? un incubo nel sogno? era la febbre? Forse un malanno peggiore. Sì! Che bujo, Dio, che bujo! O gli s’era anche intorbidata la vista? E non poteva parlare, non poteva gridare. La chiamava: «Ida! Ida!» ma la voce non gli usciva più dalla gola arsa e quasi insugherita.
Dov’era Ida? Che faceva?
Era scappata al lontano casale a chiedere ajuto per quel cavallo, senza pensare che proprio i contadini di là avevano trascinato qua la bestia moribonda.
Egli rimase lì, solo, a sedere sulla pietra, tutto in preda a quel tremore crescente; e, curvo, tenendosi tutto ristretto in sé, come un grosso gufo appollajato, intravide a un tratto una cosa che gli parve… ma sì, giusta, ora, per quanto atroce, per quanto come una visione d’altro mondo. La luna. Una gran luna che sorgeva lenta da quel mare giallo di stoppie. E, nera, in quell’enorme disco di rame vaporoso, la testa inteschiata di quel cavallo che attendeva ancora col collo proteso; che avrebbe atteso sempre, forse, così nero stagliato su quel disco di rame, mentre i corvi, facendo la ruota, gracchiavano alti nel cielo.
Quando Ida, disillusa, sdegnata, sperduta per la pianura, gridando: – Nino! Nino! – ritornò, la luna s’era già alzata; il cavallo s’era riabbattuto, come morto; e Nino… – dov’era Nino? Oh, eccolo là, per terra anche lui.
Si era addormentato là?
Corse a lui. Lo trovò che rantolava, con la faccia anche lui a terra, quasi nera, gli occhi gonfi serrati, congestionato.
– Oh Dio!
E si guardò attorno, quasi svanita; aprì le mani, ove teneva alcune fave secche portate da quel casale per darle a mangiare al cavallo; guardò la luna, poi il cavallo, poi qua per terra quest’uomo come morto anche lui; si sentì mancare, assalita improvvisamente dal dubbio che tutto quello che vedeva non fosse vero; e fuggì atterrita verso la villa, chiamando a gran voce il padre, il padre che se la portasse via, oh Dio! via da quell’uomo che rantolava… chi sa perché! via da quel cavallo, via da sotto quella luna pazza, via da sotto quei corvi che gracchiavano nel cielo… via, via, via…

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