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L’UCCELLO IMPAGLIATO di Luigi Pirandello | Testo

Povera donna Fanny! Era proprio vero che quel brutto padrone non le voleva bene. E se n’accorse meglio, quando ammalò gravemente e fu mandata via, a morire all’ospedale. Marco Picotti se ne dolse soltanto perché dovette prendere un’altra cameriera. E gli toccò di cambiarne tante, in pochi anni! All’ultimo, poiché nessuna più lo contentava e tutte si stufavano di lui, si ridusse a viver solo, a farsi tutto da sé.
Arrivò così ai sessant’anni.
Allora la tensione, in cui per tanto tempo aveva tenuto lo spirito, d’un tratto si rilasciò.
Marco Picotti si sentì placato. Lo scopo della sua vita era raggiunto.
E ora?
Ora poteva morire. Ah, sì, morire, morire: era stufo, nauseato, stomacato: non chiedeva altro! Che poteva più essere la vita per lui? Senza più quello scopo, senza più quell’impegno – stanchezza, noja, afa.
Si mise a vivere fuori d’ogni regola, a levarsi da letto molto prima del solito, a uscire di sera, a frequentare qualche ritrovo, a mangiare tutti i cibi. Si guastò un poco lo stomaco, si seccò molto, s’indispettì più che mai alla vista della gente che seguitava a congratularsi con lui del buono stato della sua salute.
L’uggia, la nausea gli crebbero tanto, che un giorno alla fine si convinse che gli restava da fare qualche cosa; non sapeva ancor bene quale; ma certamente qualche cosa, per liberarsi dell’incubo che ancora lo soffocava. Non aveva già vinto? No. Sentiva che ancora non aveva vinto.
Glielo disse, glielo dimostrò a meraviglia quell’uccello impagliato, ritto lì su la gruccia da pappagallo tra le due scansie.
– Paglia… paglia… – si mise a dire Marco Picotti quel giorno’ guardandolo.
Lo strappò dalla gruccia: cavò da una tasca del panciotto il temperino e gli spaccò la pancia:
– Ecco qua, paglia… paglia…
Guardò in giro la camera; vide i seggioloni antichi di finto cuojo divano, e con lo stesso temperino si mise a spaccarne l’imbottitura e a trarne fuori a pugni la borra, ripetendo col volto atteggiato di scherno e di nausea:
– Ecco, paglia… paglia… paglia…
Che intendeva dire? Ma questo, semplicemente. Andò a sedere davanti alla scrivania, trasse da un cassetto la rivoltella e se la puntò alla tempia. Questo. Così soltanto avrebbe vinto veramente.
Quando si sparse in paese la notizia del suicidio di Marco Picotti, nessuno dapprima ci volle credere, tanto apparve a tutti in contraddizione col chiuso testardo furore, con cui fino alla vecchiezza s’era tenuto in vita. Moltissimi, che videro nella camera quei seggioloni e quel divano squarciati, non sapendo spiegarsi né il suicidio né quegli squarci, credettero piuttosto a un delitto, sospettarono che quegli squarci là fossero opera d’un ladro o di parecchi ladri. Lo sospettò prima di tutti l’autorità giudiziaria, che si pose subito a fare indagini e ricerche.
Tra i numerosi reperti trovò un posto d’onore appunto quell’uccello impagliato e, come se potesse giovare a far lume al processo, un bravo ornitologo ebbe l’incarico di definire che razza d’uccello fosse.

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