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L’UCCELLO IMPAGLIATO di Luigi Pirandello | Testo

Basta, sì, basta. Non voleva inquietarsi, lui; gli dispiaceva anzi d’essersi in prima alterato e riscaldato. Non più! Non più!
Voleva sposare? Liberissimo! Sarebbe rimasto lui solo a guardare in faccia la morte, senza lasciarsi allettare dalle insidie della vita.
Patti chiari, però. Stare insieme – niente; noje, impicci – niente. Se voleva sposare – fuori! Fuori, perché il fratello maggiore, il capo di casa era lui; e la casa spettava dunque a lui. Tutto il resto sarebbe stato diviso in parti uguali. Anche i mobili di casa, sì. Poteva portarsi via tutti quelli che desiderava; ma pian piano, con garbo, senza sollevar polvere, perché la salute, lui, se la voleva guardare.
Quell’armadio? Ma sì, e anche quel cassettone e la specchiera e le seggiole e il lavabo… sì, sì… Quelle tende? Ma sì, anche quelle… e la tavola grande da pranzo per tutti i floridi figliuoli che gli sarebbero nati, sì, e anche la vetrina con tutto il vasellame. Purché gli lasciasse intatta, insomma, la sua camera con quei seggioloni antichi e il divano, imbottiti di finto cuojo, a cui era affezionato, e quei due scaffali di vecchi libri e la scrivania. Quelli no, quelli li voleva per sé.
– Anche questo? – gli domandò, sorridendo, il fratello.
E indicò tra i due scaffali, un grosso uccello impagliato, ritto su una gruccia da pappagallo; così antico, che dalle penne scolorite non si arrivava più a riconoscere che razza d’uccello fosse stato.
– Anche questo. Tutto quello che sta qua dentro, – disse Marco. – Che c’è da ridere? Un uccello impagliato. Ricordi di famiglia. Lascialo stare!
Non volle dire che, così ben conservato, quell’uccello gli pareva di buon augurio e, per la sua antichità, gli dava un certo conforto, ogni qual volta lo guardava.
Quand’Annibale sposò, egli non volle prender parte alla festa nuziale. Solo una volta, per convenienza, era andato in casa della sposa, e non le aveva rivolto né una parola di congratulazione né un augurio. Gelida visita di cinque minuti. Non sarebbe andato di sicuro in casa del fratello, né al ritorno dal viaggio di nozze, né mai. Si sentiva venir male, un tremito alle gambe, pensando a quel matrimonio.
– Che rovina! che pazzia! – non rifiniva d’esclamare, aggirandosi per l’ampia stanza ben turata, intanfata di medicinali, con gli occhi fissi nel vuoto e tastando con le mani irrequiete i mobili rimasti – che rovina! che pazzia!
Nella vecchia carta da parato erano rimaste e spiccavano le impronte degli altri mobili portati via dal fratello; e quelle impronte gli accrescevano l’impressione del vuoto, nel quale egli, quasi cancellato, vagava come un’anima in pena.
Via, via, no! non doveva scoraggiarsi; non doveva pensarci più a quell’ingrato, a quel pazzo! Avrebbe saputo bastare a se stesso.
E si metteva a fischiare pian piano, o a tamburar con le dita su i vetri della finestra, guardando fuori gli alberi del giardinetto ischeletriti dall’autunno, finché non avvistava lì sullo stesso vetro, su cui tamburellava, oh Dio, una mosca morta, intisichita, appesa ancora per una zampina.
Passarono parecchi mesi, quasi un anno dalle nozze del fratello.

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