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FUGA di Luigi Pirandello | Testo

Aveva buttato anche la frusta, per agguantarsi disperatamente con tutt’e due le mani al sediolo Ah, non lui soltanto, ma anche quel cavallo doveva essersi impazzito, o per quella frustata in principio, a cui forse non era avvezzo, o per la gioja che quella sera fosse finito così presto il giro delle poste, o per le redini da cui non si sentiva più tenuto. Nitriva, nitriva. E il signor Bareggi vedeva con spavento lo slancio furibondo delle anche in quella corsa che, a ogni slancio, pareva si spiccasse adesso con nuova lena.
A un certo punto, balenandogli il pericolo che alla svoltata del viale sarebbe andato a sbattere contro qualche ostacolo, si provò ad allungare il braccio per tentare se gli veniva fatto di riacchiappar le redini; abburattato, picchiò non seppe dove, col naso, e si ritrovò tanto sangue sulla bocca, sul mento e nella mano; ma non ebbe né modo né tempo di badare alla ferita che si doveva esser fatta; bisognava che tornasse a sorreggersi forte con tutt’e due le mani. Sangue davanti, e latte dietro! Dio. il latte che, sguazzando e sciabordando nei bidoni e negli orci, gli schizzava alle spalle! E rideva il signor Bareggi, pur nel terrore che gli teneva le viscere sospese; rideva di quel terrore; e contrapponeva istintivamente all’idea, pur precisa, d’una prossima immancabile catastrofe l’idea che, dopo tutto, fosse una burla, una burla che aveva voluto fare e che domani avrebbe raccontato, ridendo. E rideva. Rideva, richiamandosi disperatamente davanti agli occhi – l’immagine quieta dell’ortolano che annaffiava l’orto, oltre la siepe là della traversa, com’egli lo vedeva ogni sera dalla sua loggetta; e a cose gaje pensava: ai contadini che, nei loro vecchi abiti, mettevan certe toppe che parevano scelte apposta perché dicessero, sl, la miseria, ma allegra là sulle chiappe, sui gomiti, sui ginocchi, come una bandiera; e intanto, sotto queste immagini quiete e gaje, non meno viva, terribile, quella di ribaltare da un momento all’altro a un urto che avrebbe forse mandato tutto a catafascio.
Volò Ponte Nomentano, volò Casal dei Pazzi, e via, via, via, nella campagna aperta, che già s’indovinava nella nebbia.
Quando il cavallo si fermò davanti a un rustico casalino, col carretto sconquassato e senza più né un bidone né un orcio, era già sera chiusa.
Dal casalino la moglie del lattajo, sentendo arrivare il carretto a quell’ora insolita, chiamò. Nessuno le rispose. Scese con la lucerna a olio davanti la porta; vide quello sconquasso; chiamò di nuovo per nome il marito: ma dov’era? cos’era stato?
Domande, a cui certo il cavallo, ancora ansante e felice della bella galoppata, non poteva rispondere.
Con gli occhi insanguinati, scalpitava e sbruffava, squassando la testa.

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