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PIUMA di Luigi Pirandello | Testo

Ridevano però, ardevano diabolici di riso, non perché sotto gli occhiali della cugina scorgessero grossi e lunghi i peli delle ciglia, quasi antenne d’insetto, ma perché ella sapeva bene che la cugina, venendo qua così pacifica, con l’aria di niente, ad assisterla, lasciava nelle altre stanze di là un dramma che piú goffo nella sua grossolanità non si sarebbe potuto immaginare: il dramma della sua passione, povera grossa cugina con gli occhiali; il dramma, certo, della sua vergogna e del suo rimorso; ma anche – oh Dio, perdono! – anche de’ suoi segreti piaceri carnali col grosso cugino, attossicati da chi sa quante lagrime, poverina!
Avrebbe voluto dirle che, via, non stesse a pigliarsela tanto, perché ella sapeva, aveva indovinato da un pezzo, e le pareva naturalissimo che tutti e due, cugino e cugina, visto che la morte non veniva di qua a liberarli, di là si fossero messi insieme maritalmente, con quei loro grossi corpi – oh Dio, si sa – tentati l’uno verso l’altro dalla vicinanza e dal bisogno d’un conforto reciproco. Naturalissimo. E già due volte, in sei anni, la poverina era stata costretta a sparire, la prima volta per tre mesi, la seconda per due. Perché – si sa, oh Dio – non è senza conseguenze, il piú delle volte, questo cocente bisogno di conforto reciproco. Il marito le aveva detto che era andata in campagna a riposarsi un poco. Glie lo aveva detto però con tale aria smarrita e vergognosa, che certo ella sarebbe scoppiata a ridergli in faccia, se veramente avesse ancora potuto ridere. Ma non poteva, altro che con gli occhi, ormai. Ridere, ridere forte, con la sua bocca rossa, coi suoi denti splendenti, ridere come una pazza, poteva là soltanto, nel sogno vivo in cui si vedeva, con la sua immagine rosea e fresca di salute; e là, sì, là aveva riso riso riso, ma tanto, come una pazza!
Avrebbe forse dovuto pentirsene, come d’un peccato, perché costava necessariamente lagrime agli altri questo suo inutile riso. Ma che poteva farci se non moriva? E del resto, che pentimento, se l’uno e l’altra, stanchi d’aspettare invano la sua morte, s’erano di là accomodati tra loro? Perché non potevano, con lei ancora lì, regolare la loro unione, la nascita dei due figliuoli? Avrebbero dovuto pensarci prima, ai figliuoli! Li avevano fatti e ora piangevano? Per fortuna, certo, i due piccini non potevano ancora prender parte a quel loro affanno. fuori come le i dalla goffaggine delle grossolane e complicate passioni.
N’ebbe la prova, un giorno.
Nell’ampia camera luminosa non c’era nessuno. Di tanto in tanto alla cugina faceva comodo credere ch’ella dormisse e che poteva perciò lasciarla sola, non ostante l’espressa raccomandazione del marito. (S’erano messi insieme i due, ma certo in un modo molto curioso, salvando cioè nei loro cuori grossi ma teneri l’affetto per lei, un affetto che appariva tanto piú comico quanto piú si dimostrava sincero e commovente, ma che pur forse doveva dare alla cugina, qualche volta, una cert’ombra di gelo sia, se egli, per esempio, nel sostenerla negli accessi del male, le ravviava con dita tremanti i lunghi capelli d’oro, ricordo d’intime carezze lontane.)
Quel giorno, la cugina la aveva lasciata con tanto d’occhi aperti; ma non importa: doveva credere che dormisse, ed era uscita da un pezzo dalla camera, quando a un tratto l’uscio s’era schiuso ed era entrata una grossa bamboccetta con gli occhiali, che reggeva con un braccino sul petto una bambola tignosa, in carnicino rosso e senza un piede, e nell’altra mano una mela sbocconcellata. Smarrita e titubante, pareva una pollastrotta scappata dalla stia e penetrata per caso in un salotto.
Ella, sorridente, le aveva fatto cenno con la mano d’accostarsi al letto; ma la bimba era rimasta come incantata a mirarla da lontano.

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