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IL VITALIZIO di Luigi Pirandello| Testo

La signora Nela e le due figliuole non s’aspettavano quest’uscita del vecchio e lo guardarono allocchite. Ma don Michelangelo, da volpe vecchia, esclamò sorridendo, rivolto a Grigòli:
— E tu mi dicevi che non parla! alla grazia!
Poi, rivolto a Maràbito:
— O che debbo dirvi, dunque, che siete vecchio stravecchio e in punto di morte?
— Come sono, Voscenza lo vede, — rispose il vecchio, aprendo le braccia. — Gli anni miei non li so. So che mi sento stanco. E Voscenza, ripeto, può star sicuro che dei suoi belli denari con me non ne sciuperà molti. Prendo la via di Ciuzzo Pace, ch’è per me la migliore, e lor signori si godranno il tondo e spero in Dio che non me lo faranno patire.

III

— Hanno abbattuto gli albicocchetti davanti la roba — diceva Maràbito, appena quindici giorni dopo, alle vicine della Piazzetta di Santa Croce.
Chiudeva gli occhi e li rivedeva tutt’e tre, quegli alberetti, lì sulla spianata del ciglione. Erano così belli! Perché atterrarli?
— Certo com’è certo Dio, questa è opera di Grigòli, che, per far legna, dà a intendere al padrone che gli alberi sono secchi.
Ma s’ingannava. Non passò neanche un mese, che vennero a dirgli: — Hanno abbattuto la roba.
La roba? Eh già: il Maltese, al posto della vecchia roba, voleva far sorgere una bella cascina nuova, e quei tre alberetti lo impicciavano.
— Godetevi in pace il vitalizio! — lo esortavano le vicine. — Tre alberetti: state a piangere come se vi avessero tagliato le braccia.
— E le bestie? — soggiungeva allora Maràbito. — M’hanno detto che l’asinello l’animaluccia mia, è ridotta così male che non si regge più in piedi. E Riro? Riro non si riconosce più.
— Chi è Riro?
— Il giovenco.
— Credevamo che fosse un vostro figliuolo!
Da un canto le vicine sentivano pietà di lui; dall’altro, certe volte, non potevano tenersi dal ridere.
— Ma se adesso il padrone è quell’altro! Lasciategli fare ciò che gli pare e piace!
Ora appunto questo non sapeva tollerare Maràbito. Che il Maltese fosse il padrone, sì; ma che dovesse poi distruggergli il frutto di tante fatiche, maltrattargli le bestie, questo no: questo il Signore non doveva permetterlo.
E si recava in fondo al viale detto della Passeggiata, all’uscita del paese, di dove poteva scorgere la sua terra lontana, laggiù laggiù nella vallata, tra i due Tempii antichi. Guardava e guardava, come se con gli occhi potesse impedire di lassù lo sterminio del Maltese. Il cuore però non gli reggeva a lungo, e se ne ritornava pian piano, con le lagrime agli occhi.
Anziché da Porta di Ponte preferiva prendere per la via Solitaria sotto San Pietro fino al Piano di Ravanusella; con tutto che fosse malfamata quella via per tanti delitti rimasti oscuri e, a passarci sul tardi, incutesse un certo sgomento. I passi vi facevano l’eco, perché il pendio del colle troppo ripido metteva lì quasi a ridosso i muri delle case. Case che, sul davanti, nella straduccia più su, erano d’un sol piano e di misero aspetto, qua di dietro avevano certi muri che parevano di cattedrale. Dall’altro lato, in principio, la via mostrava ancora l’antica cinta della città con le torri mezzo diroccate. Nella prima, chiusa appena da una partaccia stinta e sgangherata s’esponevano i morti sconosciuti e si portavano per le perizie giudiziarie gli uccisi. Attraversando quel tratto, Maràbito avvertiva realmente, nel silenzio e tra l’eco dei passi, come un sospetto che ci fosse qualcosa, in quella via, di misterioso; e non gli pareva l’ora d’arrivare al Piano di Ravanusella, arioso. Ma vi respirava per poco. Gli toccava di là risalire verso lo stretto di Santa Lucia, anch’esso malfamato e quasi sempre deserto, per riuscire a Porta Mazzata, dove imboccava la via del Ràbato.

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