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NOTTE di Luigi Pirandello | Testo

Si scosse in un brivido lungo, che finì quasi in un nitrito. Riprese:
– Mi levò dal mio paese, dove ora non ho più nessuno, tranne una sorella maritata per conto suo… Che andrei più a Fare li? Non voglio dare spettacolo della mia miseria a quanti mi invidiarono un giorno… Ma qui, sola con tre bambini, sconosciuta da tutti… che ffarò? Sono disperata… mi sento perduta… Sono stata a Roma a sollecitare qualche assegno… Non ho diritto a niente: undici anni soli d’insegnamento, undici mesate: poche migliaja di lire… Non me le avevano ancora liquidate! Ho strillato tanto al Ministero, che mi hanno preso per pazza… Cara signora, dice, docce Fredde, docce Fredde!… Ma sì! fforse impazzisco davvero… Ho qui, perpetuo, qui, un dolore, come un rodio, un tiramento, qui, al cervelletto, Noli… E sono come arrabbiata… sì, sì… sono rimasta come arrabbiata… come arsa dentro… con un sfuoco, con un Fuoco in tutto il corpo… Ah, come siete Fresco, voi Noli, come siete Fresco, voi!
E, in così dire, in mezzo all’umido viale deserto, sotto le pallide lampade elettriche, le quali, troppo distanti l’una dall’altra, diffondevano appena nella notte un rado chiarore opalino, gli si appese al braccio, gli cacciò sul petto la testa, chiusa nella cuffia di crespo vedovile, frugando, come per affondargliela dentro, e ruppe in smaniosi singhiozzi.
Il Noli, sbalordito, costernato, commosso, arretrò istintivamente per staccarsela d’addosso. Comprese che quella povera donna, nello stato di disperazione in cui si trovava, si sarebbe aggrappata forsennatamente al primo uomo di sua conoscenza, che le fosse venuto innanzi.
– Coraggio, coraggio, signora, – le disse. – Fresco? Eh sì, fresco. Ho già moglie, io, signora mia.
– Ah, – fece la donnetta, staccandosi subito. – Moglie? Avete preso moglie?
– Già da quattr’anni, signora. Ho anche un bambino.
– Qua?
– Qua vicino. A Città Sant’Angelo.
La vedovino gli lasciò anche il braccio.
– Ma non siete piemontese voi?
– Sì, di Torino proprio.
– E la vostra signora?
– Ah, no, la mia signora è di qua.
I due si fermarono sotto una delle lampade elettriche e si guardarono e si compresero.
Ella era dell’estremo lembo d’Italia, di Bagnara Calabra.
Si videro tutti e due, nella notte, sperduti in quel lungo, ampio viale deserto e malinconico, che andava al mare, tra i villini e le case dormenti di quella città così lontana dai loro primi e veri affetti e pur così vicina ai luoghi ove la sorte crudele aveva fermato la loro dimora. E sentirono l’uno per l’altra una profonda pietà, che, anziché ad unirsi, li persuadeva amaramente a tenersi discosti l’uno dall’altra, chiuso ciascuno nella propria miseria inconsolabile.
Andarono, muti, fino alla spiaggia sabbiosa, e si appressarono al mare.
La notte era placidissima; la frescura della brezza marina, deliziosa.
Il mare, sterminato, non si vedeva, ma si sentiva vivo e palpitante nella nera, infinita, tranquilla voragine della notte.
Solo, da un lato, in fondo, s’intravedeva tra le brume sedenti su l’orizzonte alcunché di sanguigno e di torba, tremolante su le acque Era forse l’ultimo quarto della luna, che declinava, avviluppata nella caligine.
Sulla spiaggia le ondate si allungavano e si spandevano senza spuma, come lingue silenziose, lasciando qua e là su la rena liscia, lucida, tutta imbevuta d’acqua, qualche conchiglia, che subito, al ritrarsi dell’ondata, s’affondava.
In alto, tutto quel silenzio fascinoso era trafitto da uno sfavillio acuto, incessante di innumerevoli stelle, così vive, che pareva volessero dire qualcosa alla terra, nel mistero profondo della notte.
I due seguitarono ad andar muti un lungo tratto su la rena umida, cedevole. L’orma dei loro passi durava un attimo: l’una vaniva, appena l’altra s’imprimeva. Si udiva solo il fruscio dei loro abiti.
Una lancia biancheggiante nell’ombra, tirata a secco e capovolta su la sabbia, li attrasse. Vi si posero a sedere, lei da un lato, lui dall’altro, e rimasero ancora un pezzo in silenzio a mirar le ondate che si allargavano placide, vitree su la bigia rena molliccia Poi la donna alzò i begli occhi neri al cielo, e scoprì a lui, al lume delle stelle, il pallore della fronte torturata, della gola serrata certo dall’angoscia.
– Noli, non cantate più?
– Io… cantare?
– Ma sì, voi cantavate, un tempo, nelle belle notti… Non vi ricordate, a Matera? Cantavate… L’ho ancora negli orecchi, il suono della vostra vocetta intonata… Cantavate in Falsetto… con tanta dolcezza… con tanta grazia appassionata… Non ricordate più?…
Egli si sentì sommuovere tutto il fondo dell’essere alla rievocazione improvvisa di quel ricordo ed ebbe nei capelli, per la schiena, i brividi d’un intenerimento ineffabile.
Sì, sì… era vero: egli cantava, allora… fino laggiù, a Matera, ancora aveva nell’anima i dolci canti appassionati della sua giovinezza e, nelle belle sere, passeggiando con qualche amico, sotto le stelle, quei canti gli rifiorivano su le labbra.

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