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NOTTE di Luigi Pirandello | Testo

Alla fine il treno si fermò alla stazione di Castellammare Adriatico.
Per altri venti minuti di cammino, gli toccava aspettare più di cinque ore in quella stazione. Era la sorte dei viaggiatori che arrivavano con quel treno notturno da Roma e dovevano proseguire per le linee d’Ancona o di Foggia.
Meno male che, nella stazione, c’era il caffè aperto tutta la notte, ampio, bene illuminato, con le tavole apparecchiate, nella cui luce e nel cui movimento si poteva in qualche modo ingannar l’ozio e la tristezza della lunga attesa. Ma erano dipinti sui visi gonfii, pallidi, sudici e sbattuti dei viaggiatori una tetra ambascia, un fastidio opprimente, un’agra nausea della vita che, lontana dai consueti affetti, fuor della traccia delle abitudini, si scopriva a tutti vacua, stolta, incresciosa.
Forse tanti e tanti s’eran sentiti stringere il cuore al fischio lamentoso del treno in corsa nella notte. Ognun d’essi stava lì forse a pensare che le brighe umane non han requie neanche nella notte; e, siccome sopra tutto nella notte appaion vane, prive come sono delle illusioni della luce, e anche per quel senso di precarietà angosciosa che tien sospeso l’animo di chi viaggia e che ci fa vedere sperduti su la terra, ognun d’essi, forse, stava lì a pensare che la follia accende i fuochi nelle macchine nere, e che nella notte, sotto le stelle, i treni correndo per i piani bui, passando strepitosi sui ponti, cacciandosi nei lunghi trafori, gridano di tratto in tratto il disperato lamento di dover trascinare così nella notte la follia umana lungo le vie di ferro, tracciate per dare uno sfogo alle sue fiere smanie infaticabili.
Silvestro Noli, bevuta a lenti sorsi una tazza di latte, si alzò per uscire dalla stazione per l’altra porta del caffè in fondo alla sala. Voleva andare alla spiaggia, a respirar la brezza notturna del mare, attraversando il largo viale della città dormente.
Se non che, passando innanzi a un tavolino, si sentì chiamare da una signora di piccolissima statura, esile, pallida, magra, in fitte gramaglie vedovili.
– Professor Noli…
Si fermò perplesso, stupito
– Signora… oh, lei, signora Nina? come mai?
Era la moglie d’un collega, del professor Ronchi, conosciuto sei anni fa, a Matera, nelle scuole tecniche. Morto, sì, sì, morto – lo sapeva – morto pochi mesi addietro, a Lanciano, ancor giovane. Ne aveva letto con doloroso stupore l’annunzio nel bollettino Povero Ronchi, appena arringato al liceo, dopo tanti concorsi disgraziati, morto all’improvviso, di sincope, per troppo amore, dicevano, di quella sua minuscola mogliettina, ch’egli come un orso gigantesco, violento, testardo, si trascinava sempre dietro, da per tutto.
Ecco, la vedovino, portandosi alla bocca il fazzoletto listato di lutto, guardandolo con gli occhi neri, bellissimi, affondati nelle livide occhiale enfiate, gli diceva con un lieve tentennio del capo l’atrocità della sua tragedia recente.
Vedendo da quei begli occhi neri sgorgare due grosse lagrime, il Noli invitò la signora ad alzarsi e ad uscire con lui dal caffè, per parlare liberamente, lungo il viale deserto fino al mare in fondo.
Ella fremeva in tutta la misera personcina nervosa e pareva andasse a sbalzi e gesticolava a scatti, con le spalle, con le braccia, con le lunghissime mani, quasi scusse di carne. Si mise a parlare affollatamente, e subito le s’infiammarono, di qua e di là, le tempie e gli zigomi. Raddoppiava, per un vezzo di pronunzia, la effe in principio di parola, e pareva sbuffasse, e di continuo si passava il fazzoletto su la punta del naso e sul labbro superiore che, stranamente, nella furia del parlare, le s’imperlavano di sudore; e la salivazione le si attivava con tanta abbondanza, che la voce, a tratti, quasi vi s’affogava.
– Ah, Noli, vedete? qua, caro Noli, m’ha
lasciata qua, sola, con tre figliuoli, in un paese dove non conosco nessuno, dov’ero arrivata da due mesi appena… Sola, sola… Ah, che uomo terribile, Noli! S’è distrutto e ha distrutto anche me, la mia salute, la mia vita… tutto… Addosso, Noli, lo sapete? m’è morto addosso… addosso…

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